l-impero-familiare-delle-tenebre-future-358x550 Dalla quarta di copertina:

In un centrosud fantasmagorico e in un presente dilatato, mentre l’anziano Papa R sta morendo in diretta su tutti gli schermi della nazione, una ragazza è preda della narrazione di un calvario psichico, fatto a sbalzi come la geografia immaginifica che si trova ad attraversare. Dalle case di un’anonima quanto sapienziale frazione, Masserie di Cristo, la protagonista trascina un titanico racconto alla ricerca di un corpo scomparso – quello della madre, recatasi all’ospedale dove è infermiera e sicuramente uccisa, già uccisa, nella certezza psicotica della testimone che tutto narra. Errabonda, disperata e veggente, tra incontri mitologici ed esperienze apocalittiche, questa ragazza in preda a un disturbo ossessivo compulsivo attraversa rade, campi calvi, dirupi, balze, torrenti, si inerpica su chine pericolose, penetra clandestina in antri magici arredati misteriosamente, mentre in video il morente Vicario continua a sopravvivere, ipnotizzando il suo popolo con il semplice ritmo del suo cuore indebolito e sciamanico. Fatti sconvolgenti, apparizioni che aprono brecce nel tessuto della realtà, architetture non euclidee colpiscono a raffica il lettore.

RECENSIONI

Corriere della sera, 2 dicembre 2012

“La lettura non è facile, sia per i pochi eventi drammatici, come il vagare verso il paesino di San Pietro Avellana, i tentativi inutili di telefonare alla madre, l’incontro con il temibile pastore Pellicone, sia per lo stile. Quest’ultimo segue la performance psichica del personaggio con trasgressioni sintattiche di ogni genere, ripetizioni, rime, elencazioni, e la complica nel vocabolario. Vi si mescolano latinismi, usi rari e settoriali (dalla medicina alla mineralogia): tecnicamente è plurilinguismo, ma la forza poetica che può avere la mescola dei livelli linguistici se applicati alla realtà di ogni giorno, non funziona così bene in un trip mentale. Non trovare un genitore apre le porte a discorsi ben più complessi che toccano la storia d’Italia e l’origine del mondo in un viaggio che segue uno dei motti d’apertura del libro: “Dirò l’immenso, nulla”. La protagonista slitta in un’inquietudine universale, ma il lettore rischia di sentirsi escluso”. Alessandro Beretta

La Repubblica, 30 dicembre 2012

“Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri “scritti a tavolino” queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni. (…) L’impero familiare delle tenebre future ha un’ambizione ineludibile: ‘Dirò l’immenso, nulla’. Una ragazza si mette in cerca della madre, il suo viaggio avviene in uno spaziotempo solo in parte decifrabile. Mentre un Papa infinitamente muore, si cammina sostenendosi a bastoni di quercia amara. Il percorso condurrà la ragazza fino al letto vuoto di un ospedale e poi, ancora, al labirinto di un cimitero bianchissimo, nessuna parola sulle lapidi, nessuna data, nessun volto negli ovali delle foto, gli sguardi ridotti (elevati?) ad abrasione, a luce minerale. (…) Lo smantellarsi di ogni forma terrestre (sia essa orografica o linguistica) interviene non come apocalisse – perché la rivelazione attiene al percorso e non al suo esito – ma come liberazione tramite un radicale capovolgimento prospettico. Giorgio Vasta

Il Sole 24 Ore, 30 dicembre 2012

“È un monologo allucinato e allucinatorio il romanzo d’esordio di Andrea Gentile. La chiusura del sonetto di Baudelaire per titolo e 165 pagine in cui la protagonista ‘vagola’ attorcigliandosi senza meta alla ricerca della madre ‘è perduta’. (…) Ma le cose non sono così come appaiono in quel di Masserie di Cristo, sconfinato e mitico entroterra del sud Italia, dove la nostra orfeica ragazzina veggente, in un mondo devastato, superato il ‘lì dove c’era una porta ora una porta non c’è’, si spinge fin oltre la morte quando un fallace ‘telefono, preferiti, mamma’ la proietta direttamente alle ‘latitudini esperienziali delle meccaniche celesti’. In un’atmosfera rarefatta i tempi della narrazione, secondo una tripartizione dell’io narrante nonna-madre-figlia, si dilatano verso un infinito che ha nella memoria l’unica possibile bussola. E su tutto, a incombere in maniera quasi millenaristica, è il ritmo di una lingua sorvegliata e pulsante, sempre oscillante, come l’umano destino, fra “le catene del bene e del male”. Stefano Biolchini

Una nota di Andrea Ponso, dicembre 2012

Se la narrazione è una linea che  – volente o nolente, e anche attraverso le vie più impervie e inusitate –  congiunge un inizio e una fine, il lavoro di Andrea Gentile, in qualche modo, contraddice e potenzia tutto questo, accelera e immobilizza tale percorso. Il punto di partenza, infatti, è una fine che non finisce, sfinita ma tenace quanto l’estinzione del genere umano  –  mentre quello di arrivo è la presunta scomparsa, l’irreperibilità di un inizio, di una genesi, di una nascita che, se diventa fantasmatica nel suo punto di estinzione, sembra possedere anche la capacità retroattiva di cancellare le sue conseguenze fino al punto della sua nascita.
Si comincia infatti dall’agonia immobile del Vicario di Cristo, spiata e quasi sostenuta respiro dopo respiro dai mezzi d’informazione e, quindi, anche dalla parola – e si prosegue (se la parola ha ancora un senso all’interno di questo sismografo narrativo), con la ricerca della madre, del suo corpo o del suo irrigidimento tragico in cadavere, presentito come già presente, già accaduto ma impossibile da certificare e da toccare. È questa l’ossessione che guida la protagonista ma, come sappiamo, ogni ossessione non è mai progressione quanto piuttosto un girare a vuoto, come una trivella che affronta le asprezze e le stratificazioni della terra portando inevitabilmente con sé il corpo, i contorni e l’io di chi la incarna dolorosamente ma, anche, amorosamente, senza volersene staccare  –  come se solo in questa unica ossessione fosse possibile protrarre, anche se in negativo, come una corteccia che lentamente e metodicamente si scortica, la propria terremotata consistenza, la propria impossibile unificazione.
Tutto è vuoto in questa rincorsa che ha il ritmo e l’ictus pulsante di un buco nero; eppure, come in un buco nero, al suo limite percepibile, che viene chiamato, non a caso, orizzonte degli eventi, tutto assume un peso e una consistenza materica senza precedenti. Tutto è vuoto, certo, ma è un vuoto che ha un peso insostenibile, tanto che potremmo dire parimenti che tutto è pieno, pesante  –  e che ogni movimento è impedito da una forza di gravità schiacciante, opprimente: tanto quanto quella del corpo del Vicario di Cristo, il cui ictus è la sola misura metrica, atona, da cui si diramano le scosse, scheggiate e doloranti oltre la stessa percezione del dolore, che “s-muovono” questa scrittura letteralmente refertuale.
In questa spaccatura tra ritmo e silenzio si apre la voragine della scomparsa della madre: vero e proprio spazio di nascita, ventre che letteralmente dà luogo all’ossessione e, quindi, come già abbiamo detto, alla possibilità di una seppur minima consistenza del soggetto protagonista. Siamo in un territorio che, per certi aspetti, potremmo avvicinare alla condizione di “terrore della lingua” segnalato per la poesia di Andrea Zanzotto. La ricerca di immagini, di specchi che possano in qualche modo, anche solo per un attimo, mostrare il riflesso della protagonista, viene continuamente cercata e fuggita  –  tra l’impossibilità di un fondamento ontologico (il Vicario di Cristo) e la responsabilità nei confronti del desiderio e, quindi, del nascere e soprattutto dell’essere nati (la madre). Se nella lingua e nello stile del poeta di Pieve di Soligo l’etichetta di “letteratura” aveva ancora la sua forza di consistenza, già comunque inevitabilmente e profeticamente compromessa con il suo contrario, vale a dire con il rigor mortis e il blocco asfissiante della Norma  –  la lingua e lo stile di Gentile non posseggono più nemmeno questa infernale e paradisiaca sicurezza: sono infatti una sorta di alfabeto morse, un continuo sussulto come di chi procede a tentoni  –  sono la registrazione del respiro sempre più flebile e intralciato del Vicario di Cristo, un respiro sorvegliatissimo, che assume volumi universali e si espande in tutto il paese in trepidante e tragica attesa come il pulsare stesso di un millenario e sfinito universo; un respiro che è come lo stile di Gentile, perché ad ogni scossa ulteriore si va verso la morte e l’estinzione (anche la liberazione?)  –  ma si va anche verso la madre e l’origine, forse già morta o irreperibile.
Ma, in fin dei conti, non si può, nonostante tutto, non chiedersi “dov’è ora, adesso, la madre?”. La risposta, o le risposte, non sono univoche, non lo possono proprio essere; come non può e non vuole essere univoca, mi pare, l’interpretazione di questo scritto: si è chiamati, infatti, ad entrare in queste pagine lasciandosi accadere e cadere, e incespicare, senza la pretesa di ricostruire, di segnare sentieri già percorsi. Si è chiamati piuttosto a farsi anche noi sismografi, cercando di registrare quello che in noi si scuote e ci squassa in questa immobilità di pietra sorda e opaca. Allora, per tornare alla domanda sul luogo della madre: dov’è? Io posso dare la mia risposta, corrispondere la mia vibrazione, la mia screpolatura, lasciando cadere in mille pezzi il mosaico che forma la mia percezione, la mia cultura, la mia esperienza. E la risposta che riesco a darmi è proprio il cadere di tale mosaico, e non posso non vederlo provando profonda misericordia. A mio modo di sentire la madre è ovunque in questo libro, mentre il cercarla è solo un espediente per allungare la vita (o la non-vita della protagonista): è ovunque perché è il grembo sterile che continua a far nascere il mondo morente che la protagonista attraversa nella sua ossessione; è ovunque, ma non vista dall’interno dell’ossessione stessa  –  perché è la stessa madre a generarla, a distaccarsene per darla alla luce  –  quasi come se ogni consistenza oggettuale o soggettiva non fosse altro che l’effetto di una ossessione omnipervasiva che siamo soliti chiamare “realtà”. Una luce che, tuttavia, la protagonista sembra non potere o volere vedere, tanto è accecante e calcificata in ogni cosa, ad ogni passo, in una prossimità insostenibile, come quella della morte stessa che nasce  –  e, in questo, forse le differenze tra la madre e il Vicario di Cristo non sono più così grandi; anzi, in certi punti esse tendono tragicamente alla coincidenza  –  come quando padre e madre generano biologicamente un figlio, anche un figlio abortito, mai nato.
È la mancanza tragica e tuttavia del tutto grigia e consueta di relazione, di relazioni, che impedisce all’ossessione in cui è richiusa la protagonista di vedere e percepire qualcosa di “umano”, di poter davvero parlare, di sciogliere le scaglie balbettanti del suo terrore in undiscorrere piano  –  lasciandola invece in uno scorrere granuloso, a sbalzi, a scalini duri e secchi  –  ansimando in agonia, in sintonia solo con il respiro del Vicario morente e di un mondo che si fa deserto strettissimo, cunicolare, venoso ma senza la vita impetuosa del sangue. Per questo “tutto è museo”, un “museo” fatto per non essere visitato da nessuno, come ci dice la protagonista in uno dei suoi incontri che non sono mai veri incontri,  ma scontri abrasivi e, in fondo, inconsistenti: è questa contiguità tra abrasività e inconsistenza, mi pare, una delle trovate più interessanti e sconcertanti della scrittura di Andrea Gentile.
Ma, allora, cosa rimane a chi scrive e al lettore? Sembrerebbe, una sorta di “stanza dei relitti fonico-visivi” che la protagonista, nella sua ricerca, visita all’interno dell’ospedale deserto dove lavora la madre. Forse la madre è lì? Forse la letteratura è diventata un immenso reparto ortopedico, dove ogni postura della lingua si sbriciola e viene fantasmaticamente conservata come si fa con le cose che ci hanno colpito nel profondo, nel nucleo, nelle ossa disarticolate o spezzate o anche solo incrinate? Si sta, immoti, anche in questo “qui”, senza possibili e facili risposte  –  oppure con risposte fabbricabili all’infinito, come opere di ortopedia, tentativi di ristabilire posture, cenni, ictus, modi di deambulare o di rimanere in equilibrio. Ma la protagonista sembra voler rinunciare o non poter approfittare del rollare di questi infiniti relitti fonico-visivi: nella loro fluttuazione, distruzione e ricomposizione, essa rimane “ferma”, non acconsente con la sua persona al gioco dell’infinito intrattenimento, alla modalità difensiva e, tutto sommato, salvifica, di certo postmoderno. Forse solo un crocifisso, nel coacervo di immagini e relitti fonico-visivi assume, agli occhi della protagonista, una consistenza che si può dire “immagine pura”, forse un “segno”, che vuole dire qualcosa: “cosa vuole”  –  prima che tutto riprenda ad esplodere all’infinito. Tutto questo, oltre al deposito della Norma zanzottiana, richiama alla mente il guardarobato beniano, quello da lui stesso definito “obitorio delle lettere italiane” o, anche, gli ingranaggi stridenti della poesia di Amelia Rosselli: amati e odiati insieme, attraversati pericolosamente e umilmente per non rimanerne per sempre imprigionati. Infatti, anche questa scrittura punta, mostrando tutta la sua debolezza e finitezza, ad un oltre, ad una unità che non si dice ma si sente, c’è  –  tragicamente incistata su se stessa, dietro ogni relitto, ogni frase, ogni accelerazione o immobilità.
Il finale è e deve rimanere di calce (un tempo) viva  –  magari da grattare, in-utilmente, con gli artigli dell’arte, fino alla loro completa e lentissima erosione che, come una peste, prenderà progressivamente anche le mani e tutto il resto dell’immagine dell’uomo. Nel libro del Levitico si dice che, una volta che la malattia ha preso tutto il corpo, esso viene ripulito e sanato, di nuovo reso puro e santo. Il finale deve rimanere bianco. Andrea Ponso

Doppiozero, 14 maggio 2013

Nel romanzo di Gentile c’è una figura materna. (…) Si potrebbe definire un’idea-madre, un pensiero persistente, che acquista corposità con la parola. Il titolo del romanzo, L’impero familiare delle tenebre future è tratto da Zingari in viaggio, una poesia di Charles Baudelaire.
La voce narrante al femminile, orientata solo dal disorientamento dei suoi dubbi, va in cerca della propria madre, convinta che sia morta, mentre un onnipresente schermo televisivo mostra la cronaca di un’altra agonia: quella di Papa R. prossimo alla morte.
La vicenda si svolge a Masserie di Cristo,  un paese che pare un deserto – e forse vuole ricordare la nostra contemporaneità – non ci sono persone che lo abitano, solo erbacce affastellate ai bordi di strade vuote, e un unico essere vivente: il pastore Pellicone, quasi l’alter ego afono e mostruoso della delicata voce narrante. Un individuo con una monumentale calotta cranica, luogo tutto mentale, in cui rimbombano sia i soliloqui della protagonista: “Questa è una storia che non è già storia, è la vita del cervello mio che s’innesca a modo suo”, sia una lingua variopinta che lambisce universi lontani fra loro. Una lingua-mondo, capace di fagocitare termini di entomologia, mineralogia e anatomia, legati fra loro da ardite sperimentazioni sintattiche che trasformano le fantasiose soluzioni linguistiche in altrettante speculazioni filosofiche.
(…) Il libro di Gentile è aereo, una scrittura fatta di incessanti interrogativi senza risposta, nell’attesa di un oscuro evento apocalittico – le tenebre future? – in cui tutto potrebbe implodere, incluso l’occhio del lettore, e qui sta il suo inquieto incanto. Silvia Mazzucchelli