Dalla quarta di copertina:

Quando la mente sospende il suo incessante mormorio di fondo, c’è qualcosa di nascosto e inatteso che può emergere nelle nostre vite. Qualcosa che sposta l’orbita in cui giriamo e acuisce l’intensità del nostro stare al mondo. Sono le apparizioni: ciò che appare e genera mutamento. Se la nostra esistenza è piena di eventi improvvisi e inaspettati, solo accrescendo percezione e consapevolezza, rendendo corpo e mente piú presenti, uscendo dalla fissità dell’ego e dal tempo degli orologi, andando incontro allo shock dell’ignoto possiamo vivere, davvero, le apparizioni. Che investano un concerto dei Muse o la musica di Arvo Pärt, un viaggio in Estremadura o i microgrammi di Robert Walser, la paura di morire, un film di Béla Tarr o un incidente ripreso su Instagram, questi frammenti intrecciano la rete segreta della nostra vera vita e reinventano il mondo, scompaginano la sua narrazione, reintegrano l’inatteso e l’incognito nel cuore dell’esperienza. Un movimento opposto al potere predittivo degli algoritmi e all’onniscienza del dio digitale che, col suo “sovraccarico da apparizioni”, satura ogni vuoto e finisce per annullarle. Il loro campo d’elezione, allora, è quello artistico, perché la letteratura, il cinema, la musica, l’arte sono apparizioni. Spaziose, meditative, contemplative, possono raccontare un’altra storia e andare nell’“altra direzione”.

RECENSIONI

Giampiero Mughini su “Il Foglio”, 13 ottobre 2020

Conosco e apprezzo da alcuni anni Andrea Gentile, il capo editoriale del Saggiatore, un trentacinquenne che gronda raffinatezza intellettuale da tutti i pori. Sono lieto di avere contribuito con una mia prefazione al Pornage, il libro sulla pornografia della mia amica Barbara Costa da lui edito. E vivevo con un senso di colpa il fatto che un paio d’anni fa non l’ho avuto proprio il tempo di leggere un suo romanzo pluripremiato, I vivi e i morti, un tomone che richiedeva quattro o cinque giorni per essere delibato quanto meritava. E dunque mi ci sono buttato a pesce su questo suo nuovo e succoso libro, Apparizioni, che la casa editrice nottetempo ha appena mandato in libreria. L’uscita di questo libro costituisce per me “un’apparizione” da come la intende Gentile, la comparsa di qualcosa che ti schiocca dentro perché la “senti”, qualcosa di cui tener conto e che diventa memoria. Un bellissimo titolo, un parametro intellettuale quanto di più sollecitante. Lo tenessero a mente quanti ogni giorno scaricano sul mio WhatsApp migliaia di immagini che sono tutto fuorché “un’apparizione”, ossia immagini di cui non tengo alcun conto perché nell”`alveare della mia mente” non c’è alcuna particella che ne sia coinvolta. E difatti alla pagina 88 del suo libro, Gentile lo scrive chiaro e tondo. Che con il suo sovraccarico di immagini e di messaggi il web “depotenzia” ciascuna immagine e ciascun messaggio contenuto sullo schermo digitale, fa muro contro l”`apparizione”. Immagini e testi che ti piombano addosso al modo di una grandinata, che è come se non li vedessimo, come se non ci entrassero dentro, non ci trafiggessero. Nemmeno un po’. A dirvi che cos’è “un’apparizione”, mi spiego meglio. Con le parole dello stesso Gentile: “La nostra mente è attraversata ogni giorno da un numero di pensieri che oscilla fra i cinquantamila e gli ottantamila. Quando, per un istante, questo fiume di pensieri si ferma, è più probabile che arrivi l’apparizione. Più è fitto il chiacchiericcio della nostra mente, più sarà difficile far vivere l’apparizione, se è vero che per far vivere l’apparizione, sentirla, c’è bisogno di consapevolezza. Più siamo disposti, aperti all’apparizione, più sarà possibile vivere la condizione necessaria per l’apparizione: l’esperienza”. E in suo testo che accompagna le copie del libro inviate agli amici, Gentile fa l’elenco delle “apparizioni” di cui racconta nel suo libro: la morte di sua nonna e il saluto dei nipoti letto al funerale, la follia del calciatore Eric Cantona quando sferrò un calcio al petto di un tifoso che lo stava insultando, i film di Andrei] Tarkovskij, le ultime immagini della dittatura di Ceausescu in Romania (pochi giorni prima di essere ucciso come un cane era stato sommerso dagli applausi della folla rumena), la volta che Gentile credette di essere ammalato di tubercolosi, la lettura dei versi di Paul Celan, le immagini di due ragazze ucraine che si riprendono al telefonino nel momento preciso in cui stanno andando a sfracellarsi con la loro auto. Tanto che il tracciato migliore della nostra vita potrebbe essere la summa delle “apparizioni” di cui abbiamo tenuto conto e la cui memoria ci rimane scolpita addosso. Persone incontrate, libri letti, canzoni ascoltate, amicizie perdute o ritrovate, il volto di una donna che ha lasciato una cicatrice, luoghi la cui malia era irresistibile, magari l’inaugurazione di una mostra d’arte. A dirla in breve, tutte esperienze letterarie. Ossia esperienze che richiedono consapevolezza e capacità di contemplazione nel presente, nell’attimo in cui le cose accadono e accadono in quel modo lì. Fermo restando che le “apparizioni” che lasciano una maggiore traccia sono quelle dolorose, negative. Delle reazioni che hanno incontrato i miei numerosi libri in chi li ha letti, quella che ricordo con maggiore intensità è la lettera che Carlo Mazzantini (l’ex volontario della Rsi autore di A cercare la bella morte, il più bel romanzo sulla guerra civile raccontata da uno che stava da quell’altra parte) mi scrisse all’uscita dell’unico romanzo che io abbia mai scritto, La ragazza dai capelli di rame del 1993, e che a lui non era piaciuto affatto. Me lo scrisse con affetto, con lealtà. Carlo avrebbe potuto tacere e lasciar perdere, e invece sentì come il dovere di scrivermelo e spiegarmene le ragioni. Per quanto ovviamente mi spiacesse quel suo giudizio, lo presi come una prova di grande amicizia. Eccome se era stata “un’apparizione”, un lampo di luce seppure per me dolorosa. Gentile gira e rigira attorno alla condizione sentimentale e morale di chi si sta aprendo alle “apparizioni”, e nel farlo va per ogni dove dell’esistenza quotidiana di noi tutti. E’ come se ci facesse delle raccomandazioni fraterne, preziose: “Contemplare l’istante. Non fare mai tesoro. Assicurarsi di essere. Indugiare. Reinventare il mondo non a tavolino, ma esplorandolo. (Non) dire l’impossibile. Accogliere il sentimento della morte. Abbattere le pareti della lingua. Perdere identità. Dimenticare lo stile. Essere spaziosi. Stare dentro l’intervallo. Non sapere. Nulla”. Sì, non sappiamo nulla. Basterebbe che noi tutti lo ammettessimo e ci convivessimo con questa ammissione. Basterebbe apportare un po’ più di silenzio a questa nostra vita che invece abbiamo reso frenetica nel cercare non sappiamo bene che cosa. Com’è di quel colloquio tra Franz Kafka e Gustav Janouch di cui racconta Gentile. Kafka aveva in mano il supplemento domenicale di un giornale dov’era la domanda rivolta ad alcuni scrittori “Che cosa potete dire dei vostri futuri progetti letterari?”. Al che Kafka commenta con l’amico: “Non si può rispondere a una domanda simile. Si può forse prevedere come batterà il cuore nei giorni a venire? No, non è possibile. La penna è solo un sismografo del cuore. Si possono registrare i terremoti, non prevederli”. Laddove i dilettanti allo sbaraglio di cui è zeppa la nostra odierna comunicazione massmediatica ce lo chiedono a ogni istante della giornata: “A che ora e in che giorno avverrà il terremoto? Quale sarà la sua intensità? Che fare per pararne gli effetti?”. Fosse per loro non ci sarebbe mai uno scroscio di pioggia senza che noi non avessimo già aperto gli ombrelli. Fosse per loro la società funzionerebbe come un presepe dove mai nessuno cambia ritmo al suo gioco, mai nessuno contempla “un’apparizione” che sbaraglia le mappe cui era abituato. Valga per tutte la pagina in cui Gentile ricorda che durante le esequie dei morti a causa del crollo del ponte Morandi a Genova, Matteo Salvini si fece un selfie con una sua fan quasi a far valere l’idea che ci fosse stato lui a capo delle Autostrade italiane mai e poi mai il ponte Morandi sarebbe crollato. E a non dire delle coeve e orripilanti immagini in cui l’allora capo del governo Giuseppe Conte e (se non sbaglio) Luigi Di Maio assumono un’aria tronfia mentre qualcuno per strada li applaude a poche ore dalla tragedia, e come se loro sarebbero stati in grado di impedirla. Immagini al limite del sacrilegio. Il contrario come più non si potrebbe delle “apparizioni”.

Cristiano De Majo su “Rivista Studio”, 31 ottobre 2020

A ottobre mi è capitato di leggere due libri usciti da poco per certi versi simili, per certi versi opposti. Uno è Apparizioni di Andrea Gentile (Nottetempo); l’altro In autunno di Karl Ove Knausgård (Feltrinelli). Il libro di Gentile è una divagazione letteraria che procede per collegamenti e associazioni di idee. Il tema è quello delle coincidenze e delle “apparizioni” appunto; vette di rivelazione che vengono raggiunte casualmente nel corso di giorni apparentemente insignificanti. L’andamento è circolare, procede per aneddoti, che si legano e vengono spiegati da una ricchissima collezione di citazioni letterarie, scientifiche, artistiche, cinematografiche. Così come Apparazioni è un libro teso all’accumulazione di indizi, In autunno è costruito sulla sottrazione. Lo stesso Gentile cita Knausgård, riferendo una lezione di scrittura seguita dal norvegese in cui gli viene chiesto dall’insegnante di smetterla di concentrarsi sulla superficie delle cose. Ed è effettivamente questo il traguardo inverosimile di questo libro, parlare con la forma del diario di nulla in particolare e di tutto (di quotidianità, di piccoli accidenti, di famiglia, di noia, di tempi morti, di micro-osservazioni del quotidiano) in modo estremamente profondo. L’insegnamento per il lettore è che, quando ci si trova di fronte alla Scrittura con la s maiuscola, essa può in effetti non raccontare, permettersi di liberarsi dalla dittatura dell’interesse e bastare a se stessa. Quasi con un approccio sapienziale, Gentile cerca di decifrare l’inspiegabile. Knausgård invece rappresenta il mistero attraverso la semplicità. Entrambi i testi ci dicono naturalmente che l’arte di scrivere può essere scovata in testi dove l’affabulazione è qualcosa di più (o meglio: qualcosa di meno) del “ti racconto una storia”.

Luca Romano su “Huffington Post”, 3 novembre 2020

“Che cos’è un’apparizione?

Tutto appare: viene alla luce.

Il nostro stare al mondo è un flusso continuo di eventi improvvisi e inaspettati. Tutto ciò che ci accade, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, è un evento improvviso e inatteso: la coda in automobile in una città di provincia in estate (un piccolo tamponamento imprevisto davanti a noi e via, dieci minuti inaspettati), la caldaia che smette di funzionare, la presenza di qualunque cliente nel bar dove prendiamo il caffè (se non è improvvisa e inattesa la presenza di un altro cliente, lo è, invece, la presenza di quel determinato cliente: perché proprio lui, con la pancia da alcolista? E lui, con il volto anonimo, dimenticabile? Perché proprio lei, con le unghie glietterate?)”.

Cos’è una apparizione? è una domanda che di per sé potrebbe far pensare a molteplici risposte, a parecchie vie da prendere e a diversi pensatori e filosofi. È una domanda alla quale spesso è complesso rispondere, se non partendo un orizzonte di eventi che la costituiscono, per arrivare a una definizione estremamente pregna di significati. Ed è proprio da alcuni eventi che parte Andrea Gentile per condurre il lettore all’interno di Apparizioni, pubblicato da pochi giorni per Nottetempo.

Senza dubbio l’incipit dedicato alla nascita del bambino riporta alla più famosa apparizione della cultura occidentale, ma è anche nell’evento più piccolo che si può ritrovare l’apparizione, è nel vedere su Instagram, e successivamente in maniera più diffusa sui social e su diversi siti, il video di Dasha e Sofia, due ragazze ucraine che in diretta fanno un incidente in auto e muoiono.

Ma in che modo ciò che accade può esser chiamato apparizione? Scrive Gentile:

“Non c’è apparizione se non c’è sensazione.

Non c’è presente senza sensazione.

Non c’è sensazione senza consapevolezza.

Non c’è consapevolezza senza contemplazione.

Come abbiamo visto, ogni apparizione in vita genera una sensazione sul nostro copro. Una sensazione è un collegamento tra un oggetto e la mente. Qualcuno urla, dall’altra parte della casa, e noi ci spaventiamo. Spaventarsi significa avere sensazioni sul corpo: un brivido lungo la schiena. Senza consapevolezza, quel brivido ci sarà comunque. Ma se non ci facciamo caso, la nostra vita scorrerà così, nella dispersione, completamente abbandonati al mondo esterno.”

Ecco che l’apparizione è sicuramente legata a una forma di attenzione per l’evento, che non è semplicemente una presa di coscienza, ma è una trasformazione. Inoltre, infatti, è necessario capire cosa può essere un evento. Perché sin dall’inizio del ’900 molti filosofi hanno iniziato a interrogarsi su cosa fosse un evento, da Husserl a Gadamer a Derrida, spesso senza trovare un punto d’incontro. In questo caso Andrea Gentile si fa carico di una certa costruzione fenomenologica dell’apparizione come immagine del mondo che si offre, e la riporta all’interno di una capacità di cogliere quell’immagine. Ma l’apparizione non è solo un’immagine nel senso figurativo, appunto, è un darsi del mondo costante che viene colto e riportato all’interno di chi guarda. Ma è anche un darsi che può non essere colto e continuare a fluire impercettibile. Ma ecco che si presenta un altro nodo della questione: all’interno di chi deve arrivare l’apparizione? Chi è che coglie l’apparizione?

Scrive Gentile:

“L’ego è sempre al centro delle nostre narrazioni. Io sono una persona onesta. Io sono una persona golosa. Io sono una persona generosa. In realtà, l’ego è una percezione in continuo mutamento. Non è una cosa. Non essendo una cosa, non può estinguersi, non può essere eliminato. A potersi estinguere è la convinzione che esista un sé permanente e immutabile.

Questo è un piccolo nodo delle esperienze artistiche: lo scrittore, il regista, l’artista visivo, per generare un’esperienza artistica delle apparizioni, deve giungere, tramite l’opera, a questo stato: non esiste un sé permanente.”

Il percorso compiuto da Gentile passa dall’apparizione come piccolo evento social e permea tutta l’esperienza del soggetto, che arriva a mettere in discussione il concetto classico occidentale di identità, quindi anche la propria identità singolare, fino a ritrovarsi in un sé mutevole e soggetto agli eventi e alle apparizioni.

Questo aspetto si rispecchia anche nello stile saggistico utilizzato da Andrea Gentile che, infatti, si mostra estremamente aperto, contaminato e contaminante, il lettore espande tutti i singoli capitoli con le proprie esperienze, con il proprio vissuto, con ricerche sui social, con video su youtube o con altri libri ai quali fa riferimento lo stesso Gentile.

Apparizioni è un saggio ricco di porte che ogni lettore può aprire per trovarsi davanti a nuove esperienze, nuovi eventi, nuove apparizioni, ma è anche un saggio filosoficamente complesso, che eredita dibattiti e confronti dalla storia della filosofia come dalle discipline orientali di meditazione e filosofiche.

Laura Pugno su “Il Piccolo”, 22 novembre 2020

Vuole una tesi forte che molta della migliore poesia italiana contemporanea — Antonella Anedda, Stefano Dal Bianco, Guido Mazzoni — cerchi le proprie ragioni d’essere andando a sconfinare nei territori della saggistica. Compie il movimento inverso il saggio “Apparizioni” (Nottetempo) di Andrea Gentile, andando a cercarsi nei territori della poesia, lì dove il bianco, lo spazio, entra nella sistole diastole del nero, il testo, interrompendo e creando il suo ritmo proprio come le apparizioni fanno sul flusso deconcentrato del nostro stare al mondo, improvvisamente rivelato all’intensità.

Alfonso Berardinelli su “Il Foglio”