Dalla quarta di copertina:

Perché ci piacciono i tramonti? Forse perché i tramonti sono così simili a noi? Forse perché anche noi, sin dal nostro primo respiro, siamo destinati a tramontare? Tante le domande che si pone la protagonista di questo libro, la bambina fascinosa e ipnotica di cui tutti parlano. Si dice che sia matta. Si dice che venga dall’altro mondo. Si dice che sappia leggere nel pensiero. La sua vita non è delle più semplici: sua sorella muore, e dopo poco diventa una vera e propria dea. Tutti la venerano, è un culto inarrestabile. Statue che la ritraggono sorgono ovunque, in ogni angolo. Rivelano la sua verità: l’aldilà non è in cielo, ma laggiù, nel sottosuolo. Tramontare è circondata di dolore; solo un compagno di classe, senza aprire bocca, le presta attenzione: lo chiamano Bambino Nitido. Da dove arriva tutta la luce che ha dentro? Passano gli anni e Tramontare sembra un’altra persona. La vediamo anziana nella sua casa di Masserie di Cristo: sembra una donna saggia, adesso, che vuole vivere pienamente i momenti che le restano. Seguiamo i suoi pensieri, le sue speranze, i suoi ricordi: che cosa significa avere vissuto una vita intera? Cosa ce ne facciamo delle esperienze? Dove finiscono i pensieri? Quanto conta un respiro?
In Tramontare Andrea Gentile indaga una vita qualunque che si fa simbolo. È, questa, una vita che riesce a raccontare tutte le vite, perché in tutte le vite si nasce e subito si è destinati, come tutto, a tramontare.

RECENSIONI

Nicola H. Cosentino su “La Lettura” del “Corriere della Sera”, 22 agosto 2021

Quella del romanzo come incubo ricorrente è una via letteraria buia e forse cieca, ma molto frequentata: ai residenti più noti — Thomas Ligotti, László Krasznahorkai e, in certe stagioni, il compianto James Purdy — si aggiungono continuamente nuove generazioni di autori in fuga dal realismo. Andrea Gentile, per esempio, vi ha preso casa nel 2012, anno in cui ha esordito con L’impero familiare delle tenebre future. Ad attrarlo, il feeling col vicinato e i margini di manovra con cui solo l’ombra sa tentare gli scrittori: creare da zero e disfare fino a zero, avendo, come unica fonte d’ispirazione, il proprio immaginario. Anche Tramontare, in uscita per minimum fax, è un libro scritto al buio, senza modelli dal vero. Come due dei romanzi precedenti di Gentile, tra cui l’apprezzato I vivi e i morti (2018), si svolge a Masserie di Cristo, una base di presepe surrealista che, di tanto in tanto, di storia in storia, torna a popolarsi, rabbuiarsi, tremare. Capita che i pastorelli, nel trambusto, perdano l’equilibrio, ma Gentile non li rialza: piuttosto, inventa per loro nuove leggi della fisica, modi inauditi di camminare, raggiungersi, fuggire via. E nessuno, sulla scena, batte ciglio: nelle 210 pagine di Tramontare — valga come avvertimento — si menzionano zero espressioni facciali.

Altro avvertimento: Tramontare è un nome proprio, quello della protagonista. Bambina mai ferma, mai in pace, mai due volte nello stesso posto e vicino allo stesso interlocutore; ma anche, dalla seconda parte del romanzo, anziana immobile, intoccabile, sola. Ciò che per quaranta capitoli sembra un Pinocchio dell’oltretomba, il resoconto fiabesco/horror dei castighi inflitti a una monella (in base a questo schema: un adulto inquietante la prende per mano e la porta in un posto peggiore di quello in cui stava prima, pretendendo di impartirle una lezione che lei non capisce), diventa all’improvviso una riflessione su come, in fondo, si viva sempre e solo nella propria mente, specie agli estremi dell’esistenza. La frustrazione ardente dell’infanzia contro la digestione lentissima della vec chiaia, i due tempi più punitivi in assoluto e gli unici in cui gli insegnamenti, pur per ragioni diverse, vengono respinti in partenza. Andrea Gentile, che a quella di burattinaio di Masserie di Cristo affianca, nel mondo reale, la carica di direttore editoriale del Saggiatore, ha un’idea molto chiara di letteratura, e una poetica decisa e riconoscibile. Provoca esperienze letterarie volutamente squilibrate, che portano il lettore a riconsiderare i confini della propria disponibilità a farsi sconvolgere dai romanzi.

Leggere Tramontare significa perdersi fra lo sfocato e l’accecante, privi di mappe, compagni di cordata, indicazioni. In chi legge, si affaccia una voglia di nitidezza speculare a quella interna al romanzo: Gentile le scolpisce entrambe nel rapporto tra la protagonista e un personaggio che si affaccia solo quando si parla di amare e di morire, perché l’amore, come la morte, semplifica, stoppa il caos, azzera la fame. Nella prima parte, più feroce e allucinata, Gentile ricorre a uno sguardo infantile, trasformando il letterale in letterario: agnellini che diventano neonati; ragazze morte troppo giovani che vengono automaticamente commemorate come sante; padri che «hanno un’altra donna», segreta, che è di fatto una derelitta di cui nessuno sa niente, legata in cantina; bambine «cattive», trattate come nemiche pubbliche…

Le menzogne e le semplificazioni riservate ai ragazzini generano, distorcendosi, un intero immaginario, che a sua volta genera un mondo: in Tramontare la realtà corrisponde a ciò che la protagonista riesce a comprendere. Voci e visioni come quelle di Gentile, così radicali, vanno preservate, accolte con gioia. Specie quando spalancano dubbi, perplessità, sgomento. Se l’andatura di Tramontare appare, di tanto in tanto, traballante è perché l’autore ne ha sacrificato l’incisività e l’omogeneità sull’altare della sperimentazione. Riuscendo nel difficile compito di ritrarre l’atmosfera di un sogno: età che mutano all’improvviso, false piste, ripetizioni, sovrapposizione di volti, personaggi, tempi. Gentile maneggia l’onirico senza temerne l’insensatezza, che anzi diventa un elemento centrale (un fine?) della narrazione. A consentirlo è, ancora una volta, l’infinito potenziale metafisico dell’ambientazione-trama, Masserie di Cristo: per Gentile, l’intuizione della vita. Stavolta serve a suggerire l’indicibile, e cioè che la fine sia meglio dell’inizio. Per ragioni di bellezza e, soprattutto, di chiarezza. Prendiamo i tramonti: la fase terminale del sole, oltre a essere la più bella da vedere, non è anche l’unica che si possa guardare senza protezioni, e a occhi spalancati?

Giacomo Giossi su “il manifesto”, 24 agosto 2021

La voce letteraria di Andrea Gentile è icastica e densa, capace di aderire ad un genere come di discostarsene rimanendo comunque sempre potentemente limpida e riconoscibile. Un passo preciso e cadenzato che ha la forza di dare forma ad un’opera letteraria compatta quanto imprevedibile. Nuovo tassello di questa che potremmo definire o meglio individuare come una vera e propria epica della contemporaneità che ha preso avvio nel 2012 con L’impero familiare delle tenebre future e che si è pienamente palesata con I vivi e i morti del 2018 è Tramontare pubblicato come il precedente romanzo da minimum Fax (pp. 212, euro 16).

Si aggiunge così un nuovo elemento ad un discorso letterario ampio e innovativo che utilizza gli strumenti della fiaba nera, quasi dell’indagine antropologica per decriptare un tempo, quello presente senza mai però schiacciarlo nella ritrita attualità di un discorso ossessivamente votato al presente inteso come il tempo fatto di avvenimenti e di volta in volta di successivi e puntuali accadimenti.

Quello che muove Tramontare è in realtà l’azione di un tono di voce che di volta in volta avvicina o allontana il pericolo apparente di una morte che ha invece la funzione di liberare dall’ovvio previsto: un vero quanto temuto passaggio di stato che cela all’interno del desiderio il suo stesso incubo. Nel movimento evidentemente interstiziale che rappresenta l’equilibrio magico della narrazione agisce la voce di Gentile dando forma in primo luogo ad un personaggio in perenne stato di contemplazione, quello della bambina, Tramontare che dà il nome al libro e che rappresenta l’attrice di una lotta continua tra la crescita e la morte, una lotta dentro cui – come è immaginabile – è complesso e arduo comprendere dove sta l’ombra e dove la luce.

Come nel precedente I vivi e i morti anche qui il luogo della scena – come una vera e propria quinta teatrale – è Masserie di Cristo, un luogo che è anche un’ancora, un modo per unire la rappresentazione a tratti volutamente fiabesca con la carnalità di un luogo fisico fortemente caratterizzato. Un’apparente contraddizione che ha la capacità di trasformare l’ambiguità a tratti tetra della narrazione in lucidità e la paura in una forma di consapevolezza.

Tramontare è un libro che affronta la maturità dei nostri tempi restituendo a questo eterno presente fatto di storielle una storia possibile e lo fa capovolgendo i termini, restituendo leggerezza ad un materiale narrativo che spesso si vuole pesante e carico di misticheggianti interpretazioni. Il libro supera i suoi confini definendosi oltre le proprie pagine e parlando direttamente al lettore come ad un interprete attivo e privilegiato della scena, Tramontare genera apparizioni come già esemplificato nell’omonimo testo pubblicato da Andrea Gentile per Nottetempo, una sorta di vera e propria dichiarazione di poetica dell’autore. Tra domande assolute e risposte sottili, Tramontare è un romanzo rizomatico, un testo prezioso e raro sul valore della nostra stessa dimensione in un tempo che diamo per finito.

Alberto Casadei su “Tuttolibri” de “La Stampa”, 28 agosto 2021

Nella prima parte del libro di Andrea Gentile, terza puntata delle storie avvenute nell’immaginario paese di Masserie di Cristo, Tramontare è il nome di una bambina che, piccolissima, ha dovuto superare una notte fredda, lasciata sola dai genitori: ci riesce, ma da quel momento, anziché aver paura della morte, pensa di essere lei stessa la morte. Con questa premessa, le stravaganti azioni che la coinvolgono assumono un sapore particolare, quasi appunto che ogni essere umano o animale che viene in contatto con la bimba debba rivelare un suo aspetto nascosto e assurdo. Non c’è quindi nessuna logica nel racconto, nessun tentativo di benché minima verosimiglianza al di fuori di singoli microeventi: è come se il continuum delle esistenze si frantumasse in un campionario di fatti senza capo né coda, eppure ciascuno a suo modo decisivo alla ricerca di un senso che non sia quello razional-utilitaristico.

Ci inoltriamo in un territorio letterario abbastanza chiaro, quello dei racconti antilogici come le storie di Alice, e soprattutto al limite tra mondo della vita e mondo della morte, come spesso accade in quel noir in forma di storia per bambini che è Pinocchio. Come il burattino, Tramontare deve confrontarsi con la Forza dell’ordine, unica e assoluta, che le comunica il suo grande errore, quello di sperare e di indurre a sperare, persino ad amare, mentre invece questi istinti vanno presi e disintegrati. In effetti però i comportamenti della bambina sfuggono a ogni schematizzazione, sembrano a volte umanissimi altre volte crudeli: e in effetti, come le diceva la nonna, non sembra che qui esistano i buoni e i cattivi, ma solo i viventi e i non viventi. La domanda allora sarebbe: cosa vuol dire vivere, posto che ogni tentativo di senso va incontro alle incongruenze più conclamate, come ben si verifica alle Masserie?

Molti dei singolari personaggi, dalla madre che ora ha avuto un altro figlio dal Cancelliere, al padre, ufficialmente Macellaio, ai membri della scuola, del comune e così via, sembrano affidarsi alla Sorella santa di Tramontare. Su di lei viene costruito un nuovo culto, bizzarro ma attraente, buono per evitare di farsi troppe domande. La bambina invece prende un agnello in custodia, anche se poi sembra perderlo o comunque non è chiara la sua sorte, girovaga chiedendo dell’animale, del Cancelliere, del Bambino Nitido, che non vuole nessuna idea di realtà… E insomma è una quête senza uno scopo quella che leggiamo, oppure, lo intuiamo, lo scopo è l’inchiesta stessa, con l’inquietante esito che Tramontare potrebbe non essere mai esistita, se non nel suo tremare scorrendo da uno stato a un altro, da una vita-morte a una morte-vita.

Ma il libro di Gentile ha poi una seconda parte, dove invece intuiamo che è protagonista Tramontare da anziana, dedita a ricordi che s’intrecciano ad altre sue vicende alle Masserie. Soprattutto qui cogliamo più scopertamente alcuni presupposti filosofici del testo, dall’anticartesianesimo («come si fa a dire: io penso?») all’attenzione verso le meditazioni orientali. E non mancano microcitazioni molto significative, per esempio sulla morte che, alla Celan, è un «maestro tedesco», dunque è penetrata nella vita con la stessa pervasività che aveva nei Lager.

Nella nuova veste ecco nuovi riti, come quello del cuocere a puntino e dell’ingurgitare con lentezza la carne di pecora, metamorfosi forse un po’ basso-comica, e però molto corporea, di quella più nobile dell’agnello. Ma una malattia avanza, Tramontare sembra andare in coma, si confondono sempre più i suoi ricordi, le persone che le sono state vicine, e il presente, all’ospedale, dove arriva una giovane che sembra prendersi cura di lei. Non dobbiamo, nemmeno in questo caso, chiederci cosa è successo esattamente.

Dobbiamo invece seguire le modulazioni di un’esistenza al suo finire, all’effettivo tramontare, quando si pensa che «dopo la fine del regno animale, l’aria volerà via, e così i granelli di sabbia, il suolo eroderà, immateriale polvere, splendido residuo». E allora, se non c’è più sabbia, non ci sarà più nemmeno un suo prodotto imprevedibile: «non c’è più vetro». In questa bella metafora è contenuto uno dei significati possibili del libro di Gentile, il tentativo di individuare un quid che derivi dall’insieme di tutti gli stati esistenziali, reali o immaginari, nella vita o nella quasi vita, o nella non-vita che chiamiamo morte ma magari è altro. È lei che «detta le nostre agende», è sudi lei che ci interroghiamo, valutando chi è in grado di resistere e chino. Nel silenzio che chiude il libro, comunque, una voce parla ancora. Racconta di un’unione profonda, quasi mistica: la mente delle due parti unite «andava in tutte le direzioni» e loro «non morivano mai». Potevano essere considerati un angelo e un diavolo; forse erano solo gli opposti che si dovevano ricomporre.

Marco Marino su “Atlante” di Treccani, 29 agosto 2021

Tutte le riflessioni che cercano di rintracciare le verità sul tramonto non possono prescindere dal considerare la natura del buio. Il tramonto è uno spazio liminare, il sottile interregno tra il giorno e la notte, tra la luce e l’oscurità, tra il visibile e l’invisibile. Tra ciò che crediamo vita e ciò che riteniamo non vita. È ormai una consolidata dicotomia: da una parte lo splendore dell’alba, principio di continua rinascita; dall’altra, la decadenza del tramonto, ultimo tentennamento verso le ombre, che addolorano e spaventano.

Ma è davvero così, è una giusta visione? È vero che il tramonto segna un profilo di decadenza, di titanica inevitabilità delle tenebre, del buio che addolora e spaventa? Un’ulteriore domanda: esiste un’idea di tramonto lontana dalle raffigurazioni di William Turner nella prima metà dell’Ottocento, o siamo ancora sentimentalmente legati alle sue ispirazioni romantiche?

Sono domande che sorgono leggendo un’affascinante pagina del nuovo romanzo di Andrea Gentile, Tramontare (minimum fax). Tramontare è una bambina che crede di essere la morte (o almeno «così dicono»); all’inizio della storia Tramontare decide di entrare dentro un bosco, alla ricerca dell’agnellino che ha smarrito. Nel bosco la luce sta a poco a poco andando via, ed è il motivo che porta Tramontare a riflettere sulla paura del buio:

«Non ho mai avuto paura del buio. Il buio addolora, non spaventa. Io non provo neanche dolore. Che cosa sarà mai poi questa parola? Nel buio sto bene. Nel buio si può scherzare meglio. Gli scherzi al buio sono molto più efficaci. E se vuoi uccidere qualcuno, al buio, lo fai con grande tranquillità, senza problemi, questo è ovvio. Il buio è una malattia. Ammirare questo bosco, prima ancora del buio. Qual è il momento esatto in cui il giorno si tramuta in notte? Il tramonto è una bugia».

Il tramonto è una bugia, dice Tramontare. Si mostra a tutti come quotidiana premonizione del dolore e del terrore, e in realtà è un oracolo mendace, perché il buio è la dimensione della possibilità, della liberazione (d’altronde, scriveva Costantino Kavafis nei versi di Finestre, «sarà una nuova tirannia la luce»). Al buio, tutto riesce meglio.

Si fa passare come presagio dell’ineluttabilità della fine, il tramonto, o della estinzione estrema, e invece è tutt’altro. È una bugia, o forse una distrazione. Il camuffamento di una verità a noi mai rivelata: qual è il momento esatto in cui il giorno si tramuta in notte? La bambina Tramontare, nel suo soliloquio, continua: «Il momento esatto: avrei bisogno del momento esatto».

Il tramonto ci ammanta della sua teterrima bellezza, ci costringe ad ammirarlo, ci abitua a poco a poco al suo oscuro seguito. Ci fa credere di attraversare uno spazio, restando fermi. E nel frattempo, ci nasconde il segreto della luce, del suo prima e del suo dopo, del momento esatto in cui tutto da impossibile diventa possibile.

Non bisogna fidarsi, quindi, dei tramonti. Bisognerebbe cominciare a guardarli diversamente: non come ultima verità del giorno, ma come prima menzogna della notte; non come decadenza, ma come resurrezione; non come dolore, ma come gioia. Bisognerebbe, per osservarli davvero, nel tentativo di ghermire le loro ultime verità, seguire il canto di Franco Battiato in Prospettiva Nevski e «trovare l’alba dentro l’imbrunire».

Marco Malvestio su “minima et moralia”, 3 settembre 2021

Tramontare è un libro bifido: c’è la prima parte dove la protagonista eponima, Tramontare, è bambina, e la seconda in cui invece è un’anziana; di quello che accade in mezzo, nulla. Proprio per questo lo si potrebbe definire anche un libro bifronte: un libro diviso a metà che potrebbe essere letto come due libri diversi, tanto distinti sono il passo e lo stile. Se la prima parte è fatta di piccole scene di vita di paese, benché trasfigurate dalla criptica personalità della protagonista, la seconda è invece dedicata al suo monologo interiore e alle ruminazioni su un passato che, come del resto l’intero libro, non si sa quando e come sia avvenuto.

Come la precedente prova narrativa di Gentile, I vivi e i morti, anche Tramontare è ambientato a Masserie di Cristo. Nella realtà questo è un paesino in Molise, in provincia di Isernia, di cui è originario l’autore; ma nel romanzo di Gentile si trasforma in un luogo fuori dal tempo e dalla storia, un microcosmo chiuso e autosufficiente. Con l’eccezione della protagonista Tramontare (e del resto Tramontare non è un vero nome, ma un verbo), tutti gli altri personaggi sono privi di nomi propri, ma si riconoscono per il loro ruolo nella comunità – il Cancelliere, il Professore, la Maestra… Oscuramente, dietro lo sguardo ora innocente e ora caustico di Tramontare, le figure degli adulti paiono intente a macchinazioni misteriose, al tentativo di perpetuare o imporre un ordine al mondo.

In linea con una tradizione di fantastico intellettuale che si rintraccia già nelle prime avanguardie novecentesche, e insieme con il modello di letteratura metafisica ma impegnata di Giuseppe Genna o Antonio Moresco, Gentile si abbandona a una sorta di neorealismo nero, in cui il racconto del presente immobile del Sud Italia si mescola ai toni stralunati dell’invenzione fiabesca. Nella prima parte del romanzo assistiamo ai giri di Tramontare per il villaggio – di questa bambina strana che tutti conoscono e in parte temono, convinta di essere la morte, e la cui sorella defunta anzitempo viene adorata come una divinità in paese (si noti l’ironia, che richiama forse Carlo Levi, di chiamare Masserie di Cristo un paese in cui Cristo non viene mai nominato, e dove si adora invece un’improvvisata divinità pagana). Tramontare indirizza le proprie domande e dà le proprie risposte agli abitanti di Masserie di Cristo col tono del maestro zen che pronuncia i suoi koan, mentre i suoi interlocutori reagiscono ora con perplessità, ora con astio (“La fiaba, dice sempre la Maestra, è una malattia mentale”).

Nella seconda parte, invece, senza dubbio la più convincente, ritroviamo Tramontare ormai anziana, una vecchia che sembra a tratti saggia e a tratti disorientata dalla demenza senile. Tra le due parti c’è continuità, ma una continuità che non segue le leggi della causalità o della logica: ritroviamo alcuni personaggi, altri li perdiamo completamente, altri ancora è come se non fossero mai esistiti. Gentile mischia i modi della fiaba con la tradizione del populismo verista (più dannunziano e siloniano qui che verghiano) in un ibrido straniante:

Vivere a Masserie di Cristo è sempre stato naturale, il latte materno me lo disse, secoli e secoli fa, quando andavamo in campagna a cogliere le cerase, e rubavamo le pannocchie, e i contadini, burberi dalle sopracciglia irregolari, contadini come noi, ci rincorrevano, e quanto è bella la signora mia, l’odore del vino acido nelle case di mattoni in cotto, sgretolati. Eravamo attori di noi stessi. Attricette di campagna, dalle gonne fatte di stracci, la pallavolo di stracci, il gioco della campana dietro la segheria.

Che si possa essere gli attori di se stessi non è una notazione casuale nel romanzo di chi, come Andrea Gentile, si è adoperato per fare circolare in Italia l’opera di Thomas Ligotti, un autore che dietro alle figure di manichini, marionette e teatri ha nascosto l’orrore della crisi di agentività. Questo accade anche in Tramontare, sia nella prima parte in cui tutti i personaggi, come suggerisce il loro nome, interpretano un ruolo, sia nella seconda, in cui seguiamo la confusione crescente della protagonista davanti alla vecchiaia debilitante.

È difficile, a una prima lettura, decifrare l’architettura di Tramontare: la stessa struttura troncata in due e l’apparente estraneità delle due versioni della medesima protagonista lasciano stupiti. A questo si aggiunge la prosa di Gentile, insieme asciutta e suggestiva. Tramontare è un romanzo curioso e non semplice, ora oracolare e ora severo, in cui il passato e il presente, i vivi e i morti, coesistono e comunicano.