GENTILE_I VIVI E I MORTI_piattoDalla quarta di copertina:

A Masserie di Cristo, lungo le pendici del Monte Capraro, nel cuore di un Sud viscerale, fantasmagorico e magico, i vivi e i morti s’incontrano, talvolta senza riconoscersi. E non sono né vivi né morti. In questo luogo inesistente e remoto, la giovane Assuntina è scomparsa, e tutto il villaggio non si dà pace. Tebaldo costringe la piccola figlia Italia a ucciderlo, e la madre la punisce rinchiudendola in una cantina. In un infernale carcere sotterraneo un Custode meticoloso e malinconico assegna punizioni terribili a rei e innocenti e scrive lettere amareggiate a se stesso, mentre la guerra fra le tre fazioni del paese disarticola l’ordine già precario del mondo. Il tempo ricomincerà ancora una volta – ma si tratta di Genesi o Apocalisse? – e un Noi collettivo, transitorio e ipnotico, potrà narrare finalmente la follia degli uomini. Esiste solo il movimento infinito, il racconto che si racconta sempre di nuovo, per i vivi e per i morti. In questa storia ogni luce danza con le ombre, ogni spiegazione semplice e razionale dei fatti precipita in uno strapiombo di colpe oscure e inconfessabili che ci interrogano profondamente e ci scherniscono. Con una scrittura visionaria e sapienziale, Andrea Gentile incanta, stupisce e scuote il lettore e, con sicurezza di sciamano, disgregando lo spazio-tempo narrativo, sposta il confine di quello che è possibile fare con la forma romanzo.

RECENSIONI

Corriere della sera, 1 aprile 2018

Per parlare di un romanzo come I vivi e i morti di Andrea Gentile è difficile non passare da espressioni così abusate da risultare svuotate di senso, come “romanzo mondo”: magari, prendendo a prestito un po’ del piglio beffardo che l’autore sfoggia a più riprese lungo le 549 pagine delle sue narrazione, si può provare a compensare scrivendo che è un romanzo mondo, sì, ma stavolta sul serio. Che Gentile, classe 1985, già direttore editoriale del Saggiatore e autore di due libri, il “milanese” Volevo tutto. La vita nuova, del 2014, in cui un giornalista isernino tenta di farsi strada nel “Corriere della Sera” degli anni Sessanta, e L’impero familiare delle tenebre future, suo esordio del 2012, in cui prendeva le prime misure di un sud allucinato e dalla forte carica simbolica – e dove faceva la sua prima comparsa il luogo interstiziale di Masserie di Cristo, che ritroviamo proprio nei Vivi e i morti. Rispetto al primo romanzo, il tiro di Gentile è però oggi altro: che I vivi e i morti sia un libro dalle grandi ambizioni, risulta chiaro fin dalle epigrafi, dove inanellare Omero, Béla Tarr e Kafka significa assumersi notevoli responsabilità. Ancor più di tali eserghi, come filtro per orientarsi all’interno del romanzo, è tuttavia la dedica: “per Alice /io ti medito / tu mi scrivi”, si legge in quella che è a ogni effetto la pagina zero del libro, e per quanto il messaggio celi senz’altro il riferimento a una dimensione intima e privata, dice molto anche sulla natura di questo lavoro. I vivi e i morti si configura infatti come un’enorme meditazione, una ricerca interiore fatta romanzo, o meglio un romanzo che si forma come il risultato, se non la consolidata secrezione (vengono alla mente i coralli, con cui la struttura di Gentile ha in comune lo stato ibrido, e per questo affascinante, tra animale, vegetale e minerale), l’epifenomeno in forma di scrittura, di un lavoro di raccoglimento. Come nel caso di quegli dèi vedici che meditando generano universi che sono poi anche loro stessi, l’identità del demiurgo Gentile è la cifra domiinante di un romanzo che si legge come assistendo a un ancestrale spettacolo di burattini, nell’alternanza la meraviglia data dall’immersione nella vicenda, dal credere vere le marionette, e quella data dall’uscita dalla messinscena, e dallo stupore che ingenera l’osservare il lavoro del puparo. E Gentile è un puparo che ha avuto molta cura anche nel lavoro da ebanista con cui ha costruito il teatrino: l’ambientazione (…) è un campo “ageografico”, oltre che astorico, in cui il ritmo degli eventi è quello della fiaba, o della preghiera. Un mondo rurale e magico in cui si agisce per agnizioni, sacrifici ed evocazioni, e in cui tutto pare rimandare a un tempo ciclico e a un’esperienza di limite rispetto alla quale la morte è forse solo un passaggio. Vengono alla mente Consolo e Bufalino; viene alla mente László Krasznahorkai, dal cui Satantango proprio Béla Tarr ha tratto il suo capolavoro omonimo; vengono alla mente altri protagonisti del nuovo fronte metafisico del romanzo europeo, come Cartarescu e Volodine, così come esponenti del nuovo gotico meridionale italiano, autori come Omar Di Monopoli e Orazio Labbate, che hanno cominciato a ridisegnare il nostro sud secondo modalità che potremmo dire sciamaniche, procedendo per lampi, intuizioni e visioni, oltre che attraverso lo sfondamento dei generi, lontano dalla lezione verista di Verga: anche Gentile non si fa problemi ad attingere al cinema horror, alla letteratura fantastica, addirittura alla commedia di vernacolo – un suo personaggio si produce, sul finale, in una serie di bestemmie e imprecazioni che paiono figlie dirette di quelle del benignesco Mario Cioni – per dare vita a un vero e proprio esorcismo: oltre la morte, ma anche oltre la vita, con la sola forza della lingua. Vanni Santoni

minimaetmoralia, 6 aprile 2018

I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che lascerebbero subito dedurre un viaggio agli inferi del misticismo agreste e arso del Sud d’Italia. Una fuga da quei luoghi dimenticati da Dio, e ancora abitati dall’uomo ricordati sempre e solo attraverso millenarie superstizioni e atroci privazioni, unici veri respiri possibili di un eterno fatto di ferite e terra bruciata. Andrea Gentile declama una negazione per frammenti, ricostruendo in questo modo lo spazio fuggito tra un’istantanea e un’altra. Nega in sostanza un’origine per poterne non tanto liberarsene, ma per costruirne l’interpretazione muovendo la propria scrittura tra gli esergo di Omero, Béla Tarr e Franz Kafka. Uno sfaldarsi continuo sostenuto da un impianto solido, quello della sparizione, in cui le ombre divengono nel vuoto il cuore di un discorso dettato da accadimenti singolari e al tempo stesso occasionali. La ripetizione e l’accadimento vanno così interpretati come movimenti temporali sì causali, ma in sempre sostanziali e necessari alla storia. I vivi e i morti non racconta né il vero né il falso e rifuggendo dal gioco banale e usurato della verosimiglianza, accetta la sfida di un discorso scollegato dagli uomini eppure totalmente immerso nei fatti naturali. Una sorta di doppia coscienza attraverso la quale Andrea Gentile matura un movimento ambizioso di racconto che non contempla alcuna visione prospettica, come in un vecchio teatro di carta. Dentro a I vivi e i morti tutto è schiacciato in primo piano, ma al tempo stesso tutto è tridimensionale e vivido, compito dello scrittore scultore è dare la luce al momento giusto. I vivi e i morti oltre che un romanzo totale è anche infatti una dichiarazione su come il romanzo contemporaneo non possa essere, ma sia costretto ad essere e debba dunque esistere quale oggetto assoluto e realmente materico. Tuttavia si rischia di fraintendere il lavoro letterario di Andrea Gentile se lo si legge con lo sguardo antropologico che l’ambientazione apocalittica di Masserie di Cristo e di Monte Capraro potrebbero indurre. Certamente esiste un retroterra che respira del lavoro e delle intuizioni di Ernesto De Martino e di Roberto Leydi, di Giuseppe Cocchiara e di Alberto Mario Cirese, ma l’azione di letteraria elaborata da Andrea Gentile va rintracciata partendo dal suo penultimo lavoro, Volevo tutto: la Vita nuova (Rizzoli) che solo apparentemente pare un’estraneo all’interno di un percorso che vedrebbe un sicuro collegamento tra I vivi e i morti e l’esordio (in verità linguisticamente e concettualmente lontanissimo) L’impero familiare delle tenebre future (Il saggiatore). Volevo tutto segnava infatti il salto di un autore che attraverso l’accettazione di una contemporaneità incontenibile sa recuperare il passato e i suoi movimenti all’interno di una continua mobilità evitando con cura le facili riduzioni consolatorie e anche lasciando per strada le ambizioni letterarie oggi quasi sempre imitative e mai capaci di un afflato originale. L’incontentabilità si trasforma ora nella disperata forma del frammento che riluce quale elemento archeologico di una storia millenaria inutile da raccontare, perché non già nota, ma perché già potente nelle sue possibili rifrazioni. I vivi e i morti agisce allora sulla negazione come strofinamento della realtà percepita, diffida appunto dei sensi per ricercare ostinatamente un senso nonostante l’inquietante e terribile possibilità che proprio al senso, al significato ricercato con così tanta fatica non si appartenga più. Un romanzo efficace, dentro al quale le intuizioni si fanno subito vivide, un testo in cui la scrittura non si concede mai ad un banale saggismo o peggio ancora ad un superficiale citazionismo di maniera, ma anzi capace di rilanciare sempre con inquieta leggerezza e rapida ironia. Un romanzo ricchissimo e godibile, teatro di luci e di umbratili presagi che ricordano a tratti l’enigmatico e ridente cinismo di alcune pellicole di Ingmar Bergman. I vivi e i morti agisce sul nulla, sul dimenticato, sull’essere stato, su un passato che è puro scivoloso presente. Un lavoro letterario prezioso ed originale che non contempla facili paragoni, ma prova una volta tanto ad aggiungere la propria voce senza doverla mischiare nel coro. Giacomo Giossi

Il Sole 24 Ore, 22 aprile 2018

Esattamente un mese prima del passaggio ravvicinato alla terra della cometa di Halley, il 20 maggio 1910, il direttore della società psicoanalitica di Vienna, Sigmund Freud, organizzò un convegno per riflettere sul numero crescente di suicidi, in particolare tra i giovani. Pascoli, Tolstoj e Blok dedicarono all’astro invettive, suppliche e versi per scongiurare la malasorte, secondo loro incombente. Si consultavano le stelle per predire il futuro nonostante la ruggente industrializzazione andasse a braccetto con i lumi. Era il periodo a ridosso della Prima guerra mondiale e dal baule della letteratura saltavano fuori incubi e irrazionalità che prendevano forma in libri come La nube purpurea di Matthew Phipps Shiel del 1901 e L’altra parte di Kubin del 1909. Colpisce in questi mesi la pubblicazione ravvicinata di tre romanzi di autori italiani -, Pupi Avati con Il signor diavolo (Guanda), Andrea Gentile con I vivi e i morti (minimum fax) e Paolo Maurensig con Il diavolo nel cassetto (Einaudi, già recensito lo scorso primo aprile su queste pagine) – che suggeriscono regie arcane per le loro storie. La coincidenza merita una riflessione perché queste case editrici non hanno un cuore noir e perché il ricorso al magismo sembra dire qualcosa sulla profonda incertezza che ci circonda, nonostante gli autori non tocchino la contemporaneità. Avati, infatti, retrocede agli anni Cinquanta, mentre Gentile è sospeso in un tempo senza cifre. Avati racconta di un untuoso funzionario, Furio Momentè, che, in virtù della sua appartenenza al mondo cattolico, si trova prima agevolato nell’assunzione al ministero di Grazia e Giustizia e poi, e a causa del suo credo, relegato a curare umilianti scartoffie. L’opportunità del riscatto si presenta nell’indagine su un omicidio in odore di satanismo, accaduto in Veneto, che rischia di mettere a repentaglio l’egemonia della Democrazia Cristiana nella zona. Nella frazione di Lio Piccolo un ragazzino uccide un coetaneo con gravi problemi fisici e mentali che, con la sua presunta natura diabolica, avrebbe causato prima la morte e poi riportato in vita Carlino, il migliore amico dell’omicida. I vivi dialogano con i morti anche nel romanzo di Gentile, ambientato a Masserie di Cristo, luogo di «piogge, viscere della terra, buio», in un Sud polveroso e atavico, che l’autore, originario di Isernia, conosce bene. Qui la Natura è dea o demone e ha il suo arcangelo nell’Ispettore Agrario, che vigila e rivolta le memorie. A Masserie si intrecciano guerre intestine e ciascuno paga perché «la colpa ce l’ha nel sangue». Come nel romanzo di Avati, sono i ragazzi le vittime per eccellenza e Gentile accorda la sua pietà alla giovane Assuntina, figlia del cantoniere, che scompare, e alla piccola Italia, forzata dal padre a eseguire il suicidio di quest’ultimo. Le madri in entrambi i romanzi sono creature mostruose, fautrici di punizioni apocalittiche nelle cantine o nei manicomi. Avati, di cui ricordiamo già l’“esperienza mefistofelica” come regista nell’inquietante La casa dalle finestre che ridono (1976), ha scritto un romanzo secco, tanto limpido nella lingua da lasciare ai contenuti l’oscurità: l’invidia, la meschinità degli stupidi e dei fragili. L’ unica deviazione stilistica del regista, al suo secondo romanzo, è nei verbali, letti dall’ispettore Momentè senza riuscire a trovare negli interrogatori presunte forzature, paventate dalle forze scudocrociate per mettere in cattiva luce la Chiesa. Avati, come Maurensig, riproduce un’atmosfera clericale, che bagna le ossa nell’Emilia in cui il regista è cresciuto. E rinnova situazioni che figurano anche in tanti suoi film: le credenze e le superstizioni contadine, la sensualità stagnante delle camere d’albergo, il calore e le ingenuità di un tempo andato, nonostante le sue imperfezioni. Gentile, invece, spinge le radici della sua scrittura nel paganesimo, dove vegliano uomini dalla testa di cervo; vi è un humus preistorico, profondamente materico, dove i cervelli si spappolano sotto le ruote di un cingolato in salsa grandguignolesca e i bambini «sono involtini di interiora. Sguisciano come vermi di carne cruda». I nomi delle persone sono spaventosi o naïf: Tebaldo, Beberto, Cowboy, Taglialegna, Bodo; così toponimi: Femminamorta, Taverna Soffocata, Torre di Nebbia. Avati si legge di un fiato, facendo fatica a riprendere il contatto con la realtà; Gentile con la pazienza e la reverenza di chi ha tra le dita un’opera epica, con dialoghi smilzi come l’anima della gente, inserzioni di lettere ed elenchi. L’autore sperimenta generi e si mette a ragionare con le cose, per esempio il cimitero: «Sei sempre uguale a te stesso: i tuoi figli vengono chiusi con acido e fiamma». Streghe, diavoli, spiriti maligni, qualunque cosa purché non sia la verità. E i due autori sono molto bravi a insinuare il dubbio che la verità sia proprio quella descritta. Cristina Battocletti

Il Giornale, 24 aprile 2018

L’immaginario è quello di un film horror, o degli incubi mefistofelici dello scrittore statunitense Thomas Ligotti. Ma se bastasse questo per fare una sintesi del nuovo romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (minimum fax, pagg. 549, euro 18), non avremmo molto di interessante su cui ragionare. Sono convinto invece che il romanzo nasconda un’ambizione e una metafora, e che le due cose, pure terminologicamente, quindi significativamente, distinte e separate nelle intenzioni, coincidano nella scrittura e, appunto, nell’immaginario dell’autore. Ambizione è termine che potremmo leggere in senso positivo o negativo. Da una parte c’è l’ambizione di chiarire, attraverso un’opera d’arte, la propria visione della letteratura. Dall’altra, proprio per mezzo dell’ambizione, capiamo che la visione dalla letteratura nasce e nella letteratura muore (come fosse la città sotterranea che il libro racconta, un luogo oscuro e misterico un carcere custodito da un Sacerdote); che la letteratura sia quello a cui si ambisce, che la letteratura sia un tutto fuori dalla vita, uno spazio in cui il tempo è sospeso che sia la causa e il fine. Qui c’è una terra desolata (Masserie di Cristo), o post-umana, un mondo arcaico e magico; qui ci sono figlie (Italia) costrette a uccidere il padre (Tebaldo), per poi finire in punizione in una soffitta senza acqua né luce; genitori (Beberto e Concetta) che perdono la figlia (Assuntina); riti che sembrerebbero satanici (la società del libero pensiero), e continui omicidi e sacrifici e torture. Nessuna morte, però, ci fa soffrire, nessuno stato d’animo ci angoscia o ci fa gioire. È proprio questo il gioco letterario di Gentile, o, ancora, la sua visione. I morti potrebbero essere vivi e i vivi essere già morti. I personaggi sono gli attori di questa rappresentazione che, trovandosi in un tempo che è principio e fine, infinito e quindi ciclico, non può dare luogo a nessuna reale tragedia. Se il principio e la fine coincidono, e lo si capisce dalla struttura stessa del racconto che vuole contenere tutto, rilanciando parole che, oltre a essere i titoli dei capitoli, suonano come emblemi (Fiaba, Bellezza, Cervello, Essere, Amore, Giustizia, Eternità ecc.), allora capiamo pure che quella terra senza tempo non concede libertà o redenzione alcuna. Ma il romanzo è metafora di cosa? «Fare l’arte è venire al buio. E se fai l’arte devi vivere come un relitto. Bisogna andare nel deserto. Vedere se anche in una landa incolta non si può vivere, respirare, esistere, volere e fare sinceramente il bene, e dormire di notte e sognare. La voce si avverte solo nel punto che muore». La metafora del libro è ancora la letteratura. O, prima ancora della letteratura, della necessità stessa di scrivere. È la scrittura il vero contenuto del libro di Gentile; una scrittura che è una patria in cui la propria vita muore («Si tratta di non pensare più a se stessi»), o si vuole capire in che forma vive qualcosa che potrebbe essere al contempo uno spazio di pace o il peggiore degli incubi. Andrea Caterini

il venerdì di Repubblica, 4 maggio 2018

Un’umanità magica e tenebrosa governata da pulsioni primitive, passioni e senso tragico popola i luoghi del nuovo romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti. Siamo a Masserie di Cristo, centro-sud d’Italia, sul monte Capraro, territorio senza tempo in cui vivono personaggi che come marionette si alternano all’interno di un teatro drammatico e grottesco. Beberto il cantoniere e la moglie Concetta, l’Ispettore Agrario, il Taglialegna, Tebaldo ed Evelina, il saggio Govone e il Cowboy, Lupo e Bodo. Il villaggio è turbato dalla scomparsa di Assuntina, alcuni la credono, ormai, morta tra i boschi e i paesi che confinano con Masserie di Cristo: Taverna Soffocata, Torre di Nebbia, Femminamorta. Alle pendici del monte Capraro, un universo di adulti e di bambini si incontrano in una danza innocente e macabra, vivi e morti si perdono e si ritrovano in un labirinto di città e carceri sotterranee e infernali. Il carcere dove regnano il Sacerdote e il Custode, uomo che commina orribili punizioni ai rinchiusi siano essi colpevoli o innocenti e che scrive lettere appassionate e crudeli al fratello e a se stesso. Gentile racconta un sud tra mito e rito che rimanda alla tradizione di Omero e al magismo etnologico di Ernesto De Martino. Nessuna pietà, nessuna redenzione sembra possibile nella guerra che si accende tra gli abitanti delle tre frazioni del villaggio, combattimenti che si scatenano sotto cieli che hanno il color del fegato. Fiaba nera tra Genesi e Apocalisse che restituisce un senso biblico a questo sud rurale, I vivi e i morti si trasforma in una meditazione profonda che lascia un senso di meraviglia che oltrepassa la dimensione di morte e di sangue. “Ricorda di sognare il meno possibile. Ricorda di morire il meno possibile” dice l’io narrante quando descrive l’arte della guerra. Ciò che colpisce di questo mondo visionario non è tanto l’umanità dolente e sconfitta ma il profondo sentimento di incanto, la dimensione leggendaria che straripa in ogni pagina del romanzo. I vivi e i morti è un capitolo di una nuova epica italiana. Giuseppe Lorenti. 

Linus, maggio 2018

Negli ultimi anni, “ombelicale” pareva diventato l’insulto peggiore per un libro, un autore, o un’intera, supposta, letteratura (…). Difficilmente (…) un autore al primo libro va troppo lontano dal proprio ombelico (…); se è vero, allora, che la “bolla degli esordienti” nel frattempo è esplosa, apparirà normale che oggi, cresciuti gli autori e tornate le case editrici a diffidare degli esordi, sboccino opere che vanno nella direzione opposta: quella della creazione di mondi. Al di là del distopico in voga (…) questa primavera vede l’avvento di almeno due lavori in cui la costruzione di un universo con le proprie leggi, e la ricerca di verità ulteriori attraverso la rappresentazione che si svolge al suo interno, è il dato centrale (…). Ancestrale è il clima che si respira ne I vivi e i morti di Andrea Gentile, romanzo in cui il nostro Sud – i toponimi che vi si incontrano, Masserie di Cristo, Taverna Soffocata, Torre di Nebbia, paiono frutto della volontà dell’autore di alzare il “tasso simbolico”, ma sono reali, situati nell’Isernino – è trasfigurato in un universo non meno adusto e sanguigno di quello di Naspini (Le case del malcontento). Un mondo che a prima vista, data anche una certa facilità dei personaggi all’omicidio, può ricordare le Puglie di un Di Monopoli e del suo Nella perfida terra di Dio (Adelphi) – gli gnummareddi, piatto a base di frattaglie onnipresente ne I vivi e i morti, si mangiano del resto in Puglia come in Molise – ma rispetto alle suggestioni neo-western e faulkneriane di quest’ultimo, Gentile va in un’altra direzione e preferisce far emergere, attraverso un atteggiamento beffardo, una lingua volutamente inaderente ai fatti e la disposizione di questi secondo uno schema più simile alla recitazione di un rosario o di un japa che a un sistema di relazioni causa-effetto, una dimensione di pura trascendenza, una “meditazione della terra” con un piede nello scherzo e uno nel divino: e non è forse questa la natura stessa delle sacre rappresentazioni? Vanni Santoni

Salt Editions, 8 maggio 2018

Italia è perfettamente adulta, adesso. Ha l’età ideale. Certo, crede ancora alle fiabe, ma è indubitabile che siano le fiabe i luoghi dove si apprendono le necessarie regole della vita. Quanti mostri generano mostri che generano mostri. Mica in eterno. “Pensiamo a ciò che accade come pieno di significato, ma lustro dopo lustro va via un po’ di senso, fino all’abisso. E tra l’abisso e il candore non c’è alcuna differenza”.

Non per mettervi ansia da prestazione – non sono egoista, è che l’ansia è un self pleasure che concedo davvero solo a me stessa, ripetutamente – ma dopo una delle mie ponderate riflessioni antropologico-cultural-scientifiche della durata di 4,57 secondi abbondanti, quelli che impiego per raggiungere la sala fotocopie sincronizzando i miei passi al più rapido degli eye-rolling umanamente riproducibili, credo di essere giunta all’epifanica conclusione che: siamo ufficialmente, senza alcun rischio di peccare di superbia, il risultato dell’evoluzione massima della specie umana raggiunta finora. Bene. Lo saremmo anche se non mi fossi soffermata a pensarci, totalmente ignari ma lo saremmo comunque, ma così fa più impressione. Senti sulla schiena proprio un peso secolare di responsabilità e aspettative in parte tradite che ti fa vacillare pericolosamente le ginocchia.

Ho un calo di zuccheri, arranco verso la macchinetta e a seguito di qualsiasi combinazione numerica decida di schiacciare verrà sputato fuori un composto industriale contenente almeno 13 ingredienti che non so assolutamente pronunciare e che finirà per incrostarmi irreparabilmente tutte le arterie, prima o poi. Le papille gustative si consolano in fretta e ora che è apparentemente tutto finito – per il bene di tutti – andrei anche a vomitare tutto l’E452 che ho inglobato, se solo non avessi repulsione per i bagni pubblici. Anche questo mi fa pensare che qualcosa – nel lungo tragitto fino a qui – sia andato dannatamente storto.

C’è tutto. Dentro di lui, pensa, ci sono: catene montuose.

Chissà cosa si aspettavano dai noi. Spero le aspettative non fossero troppo alte. Penso a chi fantasticasse l’arrivo di organismi bionici senzienti, onniscienti e magari, per i più ottimisti, in grado di decifrare in tempi un po’ meno che apocalittici le procedure di pronto intervento in caso dell’inevitabile inceppamento della carta nella fotocopiatrice di cui sopra. Invece, ops!, ci sono io. Il massimo che si è potuto fare sono io. Questo un po’ mi consola, mi lusinga, è qualcosa da sbandierare quando non si sa come rompere il ghiaccio alle feste – che momenti orrendi – ma un po’ mi sento comunque malissimo non sapendo quanto tempo abbiamo a disposizione per migliorarci perché se il massimo è questo, insomma, non ci siamo, scusate.

Bene.

Coloriamo i nostri volti con le matite che usiamo per la corrispondenza.

Partendo da qui ho deciso di fare un passo indietro. Trovare le falle e metterci una pietra sopra, stando comunque attenta a non ripassarci mai più un’altra volta, dopo aver capito come siano andate le cose. Impresa titanica e pericolosamente ottimistica se vista su larga scala.

Inizio dal mio nucleo familiare. All’inizio procede tutto bene ma ad un certo punto neanche troppo lontano, niente, sono arrivata all’interminabile aneddotica della trisavola da parte di madre e mi sono stancata perché la raffinata arte del cazzeggio compulsivo ha sempre la meglio su ogni mio imbarazzante – seppur con nobilissimi intenti iniziali, pieni di buone intenzioni – avvicinamento alla ricerca e poi mi distraggo troppo non sono metodica mi annoio e poi c’erano tante di quelle falle in una sola discendenza che davvero non sapevo in quale buca gettarmi assicurandomi di essermi riempita prima le tasche di sassi pesantissimi per non riemergere più quindi nulla. Ho deciso che vado avanti così come niente fosse insomma chi sono io per contraddire questo passaggio di fiaccola evolutivo nel quale mi sono trovata a percorso ampiamente iniziato nella mia ininfluente minuscolaggine e non so neanche bene perché. Passerò inosservata rasentando i muri come ho fatto grossomodo finora ed andrà tutto bene, alla grande.

La distrazione non è una modalità di lavoro consigliabile. Si fanno grossi errori. Quando si è distratti si sta in uno stato che non è vita e non è morte, ma è qualcosa di più. Questo è il problema.

Di questo accenno di rimaneggiamento al mio albero genealogico mi è rimasta però in sospeso una cosa sulla quale non avevo mai sufficientemente riflettuto (che strano): la toponomastica. Credo di essere in buona compagnia nell’avere una genealogia itinerante grossomodo per tutta la nazione, nel corso dei decenni, dunque mi sono chiesta:

Sappiamo qualcosa dei posti da dove veniamo e di quelli dove viviamo?

Probabilmente la maggior parte delle persone sì e io sto cadendo dalla pianta con troppo ritardo, ma io arrivo sempre molto dopo. Però arrivo.

Masserie di Cristo: qua i morti devono fare la bella vita, e i vivi una vita d’inferno. Per questioni di confini condivisi e superati, la genealogia toponomastica mi ha portata da Andrea Gentile. Io non so cosa lui avesse in mente, ma “I vivi e i morti” è, a mio avviso, un viaggio nel passato seguendo il percorso a ritroso delle proprie origini, le proprie tradizioni, le proprie scaramanzie, i propri riti, la propria magia, i propri segreti, le proprie prigioni, le proprie battaglie, le proprie vittorie, le proprie sconfitte, le proprie gioie, le proprie mancanze, le proprie lettere (anche quelle verso se stessi), le proprie lotte. E grande protagonista, prima dei morti, prima dei vivi, è il luogo, l’asciutta materialità che accoglie le numerose schiere di entrambe le fazioni in eterna rivalità e segreta cooperazione. Come una madre che perdona sempre tutto, ma solo dopo averti dato una giusta lezione che non ti conviene dimenticare.

La terra vera, quella autentica, è questa: buia, selvaggia e malandrina.

Masserie di Cristo, pendici del monte Capraro, Isernia, Molise. In un passato non necessariamente precisato si incontrano le storie di personaggi eterogenei.  Una bambina è scomparsa in un luogo in cui vivi e morti si confondono, non essendo né l’una né l’altra cosa, si scambiano di posto, scompaiono, riappaiono (non sappiamo con certezza se quelli che ritornano siano effettivamente gli stessi che se ne sono andati), ostacolando e aiutando la ricerca in un infernale Sud magico dove genitori puniscono i figli che puniscono i genitori, carcerieri rinchiudono prigionieri e a loro volta sono rinchiusi nelle loro stesse prigioni sotterranee perché, questo romanzo, è un cerchio infinito dove qualsiasi azione venga compiuta, è destinata a ripetersi per sempre. Il romanzo è un cerchio a circuito chiuso e chi compie l’azione, la subisce ciclicamente. Così come il passato agisce sempre sul presente. Il racconto non finisce mai di raccontarsi, di tramandarsi.

 

Masserie di Cristo: piogge, viscere della terra, buio. Non c’è alcuna possibilità di redenzione. Le costellazioni esistono. Gli uomini sono mortali e ciò che desiderano non è alla portata dei mortali.

Tra orazione e fiaba in questa Natura che è dea, la Società del libero Pensiero (elemento estremamente controverso all’interno della narrazione, con i suoi tribunali inquisitori e le sue torture che non lasciano scampo) tesse le trame del futuro della collettività perché la vita è fatta di amicizie, zone d’ombra, monitoraggi. 

In una narrazione che si divide equamente tra resoconto antropologico, racconto fiabesco e film horror, compreso di sangue e dita mozzate a comporre scritte che, anch’esse, si ripetono continuamente.

Non è dato sapersi se l’eterna ripetizione sia sintomo di assenza di memoria o impossibilità di scelta. Spesso è inconsapevole.

Il viaggio è comunque sconsigliato a chi non abbia più che validi motivi.

Grazie a te, ci annoiamo sempre, nei secoli dei secoli.

I vivi e i morti non è un romanzo che trova facili paragoni, ma credo si possano trovare qui atmosfere simili per superare l’abbandono di fine lettura o per calarsi nell’atmosfera del romanzo, in un clima di gotico italiano (con special guest: Kafka), prima della sua lettura:

– Fantasmagonia, Michele Mari

– Il demone meridiano, Andrea Morstabilini

– La pietra Lunare, Tommaso Landolfi

– Fiabe italiane, Italo Calvino

– La tana, Franz Kafka

– Sud e magia, Ernesto de Martino.

Giulia Panza

Not, 9 maggio 2018

Il gotico è morto. Viva il gotico. Eppure, prima di celebrare una nuova nascita, dovremmo forse capire di che cosa stiamo piangendo la scomparsa, impresa niente affatto semplice se le spoglie che abbiamo di fronte sono quelle di un aggettivo – e in seconda battuta di un genere letterario – su cui, da almeno trecento anni, pesa un profondissimo fraintendimento. Consultiamo l’Enciclopedia Treccani:

gòtico, romanzo Tipo di romanzo (detto anche romanzo nero) in voga in Inghilterra (gothic novel) tra la fine del 18° sec. e l’inizio del 19°, caratterizzato da atmosfere terrificanti e ambientato per lo più in scenari medievali, quali castelli diroccati e frequentati dai fantasmi, cimiteri, monasteri tenebrosi, dove hanno luogo fenomeni inquietanti, fantastici o macabri. Classici del genere: The castle of Otranto (1764) di H. Walpole, The mysteries of Udolpho (1794) e The Italian, or the confessional of the black penitents(1797) di A. Radcliffe, Ambrosio, or the monk (1795) di M.G. Lewis e Melmoth the wanderer (1820) di C.R. Maturin.

Non basta, ma si intravede una pista. Seguiamo l’usta della nostra preda, afrore di fiori di cimitero, e apriamo l’Encyclopaedia Britannica. La definizione sembra del tutto simile, ma si aggiunge un dettaglio, una causalità che è poi il bandolo della matassa.

Called Gothic because its imaginative impulse was drawn from medieval buildings and ruins, such novels commonly used such settings as castles or monasteries equipped with subterranean passages, dark battlements, hidden panels, and trapdoors.

Quei romanzi furono chiamati «gotici» perché guardavano al Medioevo, ancorché un Medioevo fantastico e sentimentale, come scenario dell’invenzione narrativa; perché utilizzavano come elementi della storia – incapaci di estendere il loro turbamento alla sfera del racconto, invero quasi sempre piuttosto anodino – architetture gotiche in vario stato di decadimento: castelli, cattedrali, abbazie, brughiere nebbiose punteggiate di rovine. In quei romanzi, anche in quelli meglio riusciti, come Vathek o Melmoth l’errante, il gotico è, dunque, al meglio l’espressione di un temperamento autoriale o di una temperie culturale, e al peggio semplice elemento esornativo: una rovina vuota.

Mi sembra, allora, molto meglio chiamare questi romanzi – e i tanti romanzi e racconti a seguire, fino a Stephen King o Anne Rice o Peter Straub o Ramsey Campell – «neri», o, secondo la più felice definizione di H.P. Lovecraft, «dell’orrore sovrannaturale», e riservare l’aggettivo «gotico» a opere letterarie che del gotico medievale conservino più che i semplici elementi decorativi; che conservino, cioè, il carattere più proprio dell’arte gotica, che aveva – niente affatto a caso – nella cattedrale il suo simbolo più significativo: parlo della tensione, dello Streben faustiano a un’altezza metafisica, che si traduce, sulla terra, nella vertigine dello slancio architettonico.

Come una cattedrale gotica si affida ad archi e pinnacoli nel tentativo babelico di raggiungere un cielo precluso, così chiamo letteratura gotica quella che fa uso del soprannaturale orrifico (il quale comunque rimane un tratto ineludibile di questo spirito) non già come fine, ma come mezzo per superare il visibile, e dunque il dicibile, e addentrarsi nella regione umbratile dell’invisibile, che è indicibile se non nel corteggiamento che la parola intesse con il vuoto. Possono allora essere letti come capolavori di una letteratura gotica così intesa tutte le opere che ingaggiano un agone con l’orrore del nulla che preme: il Faust di Christopher Marlowe e quello di Goethe, ma anche Macbeth King Lear di William Shakespeare, e Moby Dick di Melville, e Ulysses di James Joyce, e As I Lay Dying di William Faulkner (e invero il Southern Gothic americano è la forma di «gotico» tradizionalmente riconosciuta nei manuali di letteratura che più mi sembra avvicinarsi davvero allo spirito del gotico).

Questa nuova definizione può essere feconda, credo, anche laddove applicata ad alcuni degli autori più interessanti della letteratura contemporanea – penso in primis a Mircea Cărtărescu –, e vorrei qui metterla alla prova di tre autori italiani fra loro diversissimi, e superficialmente accomunati – come quegli scrittori americani che vanno sotto l’etichetta di Southern Gothic – soltanto da una lata provenienza geografica: il siciliano Orazio Labbate, il pugliese Luciano Funetta e il molisano Andrea Gentile. (…)

«Cieli, ascoltate. Terre, udite. Noi non siamo né vivi né morti. In principio qui non c’era proprio nulla.» Inizia così il nuovo romanzo di Andrea Gentile: siamo di fronte alla creazione dell’universo, o forse alla sua fine. È una palingenesi, quella a cui assistiamo? O un’apocalisse, nel suo senso di svelamento, rivelazione? Dove è qui? E in che senso non c’era proprio nulla? Non possiamo dire niente, non possiamo decidere niente, né pensare, niente: se è vero che il fantastico vive nel lasso di tempo di un’incertezza, che «dura soltanto il tempo di un’esitazione» (Tzvetan Todorov, La letteratura fantastica, pag. 45), quale regno abita un testo che non esaurisce in se stesso questa incertezza, ma anzi la emana nello spazio del reale?

Si farebbe un grave errore a leggere I vivi e i morti come un carnevale postmoderno: per interpretarlo – e questo ponendo che il testo inviti a un’interpretazione di sé, e non alla semplice contemplazione – le tradizionali categorie narratologiche dimostrano la propria più smaccata insufficienza. I personaggi non sono esistenti della storia; le azioni non sono eventi del racconto: del resto, a Masserie di Cristo – sorta di personale Yoknapatawpha dell’autore – può capitare che si combattano battaglie navali senza un mare in cui disputarle; che un personaggio muoia e che un altro prenda letteralmente il suo posto; che una cantina stia in soffitta. Ma appunto: non si tratta di ribaltamento carnascialesco, perché non si dà più alcun ordine da sovvertire. Il concetto stesso di ordine non esiste; dunque non può esistere rivoluzione.

Eppure, la virtù più impressionante di questo romanzo che è stato giustamente definito «romanzo mondo, sì, ma stavolta sul serio» (Vanni Santoni, in La lettura, 1° aprile 2018) è quella di conservare una strana, aliena leggibilità, nel senso di «intelligibilità». Del resto, nei primi secondi in cui il nostro cosmo è nato – per metafora, perché la realtà (di nuovo) non si può dire – non c’era prima e poi, sopra e sotto, dentro e fuori, eppure c’erano; o noi non saremmo qui. Torniamo a Todorov: di fronte al fantastico, si danno soltanto due possibilità: «o si tratta di un’illusione dei sensi, di un prodotto dell’immaginazione, e in tal caso le leggi del mondo rimangono quelle che sono, oppure l’avvenimento è realmente accaduto, è parte integrante della realtà, ma allora questa realtà è governata da leggi a noi ignote» (pag. 28). I vivi e i morti ci costringono – ci invitano? – a contemplare una terza possibilità. Che leggi esistano, ma siano a noi ignote.

A un certo punto del romanzo (e – in maniera speculare a quanto avveniva per Il grido – non ha qui senso provare a ricostruire come dove e perché), Assuntina (ma anche il chi è mero accidente) cammina lunga il tratturo, uno dei vecchi sentieri della pastorizia.

A terra trova un cestello. Sopra vi è scritto: «Sangue di vitello». Guarda dentro. Vi è sangue. Con una zappa, trovata lì a terra, inizia a scavare. Non è facile: lavorare scalzi non è difficoltà di poco conto. Compiuta una fossa, vi getta il sangue di vitello. Poi riparte. Il cielo è senza colore. Che importanza hanno i governi? Esisterà mai uno schiavo ribelle? Qual è la condizione degli eruditi dopo che hanno lasciato il mondo? (pag. 211)

«Siamo ancora fermi, senza scheletro e senza polmoni, fermi, senza più forme, senza più pensieri, né vivi né morti, in questo nostro, piccolo, nulla.»

Avrebbe scavato, Assuntina, la fossa, se non avesse trovato «lì a terra» una zappa? Forse sì; forse avrebbe scavato con le mani. Andava sepolto, il sangue di vitello nel cestello? È parte, questa pratica, di uno dei tanti codici e codicilli che riempiono di finte regole la vita di Masserie di Cristo? Del resto: «Che importanza hanno i governi?». Eppure Assuntina scava, e, «compiuta la fossa», proprio come se fosse un’azione che è necessario compiere, «riparte»: e anche questo è un inganno. Assuntina non viene da alcun luogo, non va in alcun luogo. Non c’è teleologia nel suo cammino. Eppure non possiamo fare a meno di sentire, confusamente, che queste azioni non sono gratuite, non sono insensate. Rispondono a una legge che non conosciamo, e che dunque non possiamo dire.

Se tutti gli autori qui contemplati percepiscono la letteratura come agone della parola contro il vuoto, Andrea Gentile è il più radicale nel dar voce – ironia tragica – all’intrinseco, inevitabile, a priori fallimento della parola, tanto da dedicare a questo tema una fra le più dure, violenti apostrofi che costellano il romanzo.

Arriverà il giorno in cui cadrai [il soggetto è proprio la Parola] senza risollevarti e con te cadrà il tempo, questo tuo compagno di giochi di una vita, cadranno il cielo e la terra, cadrà il tuo amico firmamento, il mare riottoso, i germogli, le erbe, gli alberi da frutto. Cadranno i tuoi animali selvatici. Ogni anno è un cavallo. Cadranno i tuoi serpenti, lo spazio che ci disperde come piccoli rinoceronti, gli oceani piccolini, i coralli e le crociate, le vostre ridicole croci, i vostri crateri, i tori, gli uomini-cervo, le vostre vertigini programmate, le grotte, i ghetti delle tue sillabe, abbracciandovi voi tutti crollerete come ruderi che ululano, e scendiamo giù sempre giù, nel niente che ulula il niente. (pag. 459-460)

Eppure, questo fallimento non implica alcuno scoramento. Anzi. In conclusione del romanzo, le terre si inabissano, una nuova apocalisse si prepara – o è una nuova genesi?, e

[…] ciò che osservo, in questa città nuova, non è altro che l’amore: l’amore piccino del tremito bambino, la meraviglia degli echi dei coralli, dell’abbraccio all’infinito, e poi smarrirsi e stare fermi, smarrirsi e stare fermi, e spariscono i nomi e le forme, e solo i morti possono morire, i miei occhi sono pronti, occhi di fossile, e abbandono gli sforzi, tutte le ferite, ogni sospiro, mi spoglio delle mie vesti, a nulla occorre più seppellire, pensare, agire, andiamo avanti stando fermi, e siamo ancora fermi, in questa distesa di ardesia e alabastro, siamo ancora fermi, senza scheletro e senza polmoni, fermi, senza più forme, senza più pensieri, né vivi né morti, in questo nostro, piccolo, nulla.

Poi arrivarono pace e armonia.

Mi sembra, allora, che davvero «gotico» sia l’aggettivo migliore per definire I vivi e i morti, se definirlo dobbiamo. L’uomo medievale erigeva cattedrali slanciate verso l’alto per raggiungere un cielo spirituale a lui impossibilmente precluso, ma le erigeva ciononostante; così Andrea Gentile usa la parola – con la sua intrinseca falsità, con la sua incapacità connaturata a dire ciò che è, figuriamoci ciò che non è – per dare forma all’infinito nel linguaggio: la guerra è persa, ma «a nulla occorre più seppellire, pensare, agire, andiamo avanti stando fermi». E poi «arrivarono pace e armonia». Andrea Morstabilini

Huffington Post, 21 maggio 2018

Un mattino, preso dal desiderio di fare una passeggiata, mi misi il cappello in testa, lasciai il mio scrittoio o stanza degli spiriti, e discesi in fretta le scale, diretto in strada.

Inizia così il romanzo breve di Robert Walser dal titolo “Una passeggiata“. Queste poche parole, però non sono solo un incipit, ma quasi una dichiarazione poetica dello scrittore che riuscì a trasformare la scrittura in un errare del pensiero, del tutto particolare e quasi unico, ma è da questo passeggiare del pensiero che bisogna partire per arrivare alle parole di Andrea Gentile nel “I vivi e i morti“, pubblicato per Minimum Fax. Scrive Andrea Gentile nelle prime pagine:

Ci sarà un tempo in cui la mente cesserà di passeggiare nelle vie come una meretrice.

Da cosa ci si deve liberare? Cosa succede nel “I vivi e i morti” per aver bisogno di superare, di far finire il tempo di Walser?

Bisogna iniziare da ciò che avviene per capire come muoversi. Ci sono le vicende di Italia, piccola bambina costretta a uccidere il padre. C’è la vicenda di Assuntina, bambina dispersa sulle cui tracce si metteranno i genitori e non solo. In questi due intrecci principali si inseriscono gli abitanti di Masserie di Cristo, paesino inventato in un generico sud. Inoltre spiccano all’interno del libro due lettere importanti sia per lunghezza, sia per struttura e forma: le lettere del custode. Una rivolta al fratello, l’altra a se stesso.

Ed è proprio a partire da questa figura del custode che si può ritrovare un’altra traccia dalla quale partire per approfondire e comprendere lo stile e la forza della scrittura di Andrea Gentile. Il custode, come figura, rimanda al guardiano di Kafka, ma al contrario del guardiano non si inserisce tra l’uomo e la legge, ma sembra esser fermo tra la vita e la morte:

Scrive Kafka all’interno del racconto “Davanti alla legge“:

“Che cosa vuoi sapere ancora?” chiede il guardiano “sei insaziabile”. L’uomo risponde: “Tutti tendono verso la legge, come mai in tutti questi anni nessun altro ha chiesto di entrare?” Il guardiano si rende conto che l’uomo è giunto alla fine e per farsi intendere ancora da quelle orecchie che stanno per diventare insensibili, grida: “Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo.”

Il riferimento diretto, nel rapporto tra il guardiano e l’uomo si perde in favore di un rapporto tra uno e molti. Tra la vita e la morte. Ancora una volta Gentile sembra rimandare a un grande classico, prendendone le distanze, avvisando il lettore che qualcosa è cambiato.

Alla figura del guardiano, infatti, si può aggiungere un riferimento alla lettera al padre, nella quale Kafka scrive:

“Spesso immaginavo il terribile collegio dei professori (il ginnasio è solo l’esempio più coerente, dappertutto attorno a me si agitavano simili fantasmi) riunirsi dopo che avevo superato la prima, poi la seconda, poi la terza e così avanti, per esaminare questo caso unico e scandaloso: come io, il più incapace e senza dubbio il più ignorante, fossi riuscito ad arrivare di soppiatto fino a quella classe, che ora, essendo tutta l’attenzione puntata su di me, mi avrebbe ovviamente espulso senza indugi, con somma soddisfazione di tutti i probi oppressi da un simile incubo.”

Nella lettera del Custode a se stesso Andrea Gentile, invece, scrive:

Questo, è evidente, non era sinonimo di intelligenza. Al massimo di cupezza. Non sei mai stato particolarmente intelligente. E questo, anche, è un tuo cruccio infinito. Essere non molto intelligente non vuoi dire non sapersi comportare nel mondo. Ti sembrava, ti sembra,di possedere una buona dose di codici utili a interpretare il mondo. Ciò non toglie però che nel tuo cervello alcuni concetti si blocchino, rimangano come avviluppati nella melma”

A partire dalla percezione di sé, per arrivare al tu utilizzato, “La lettera al padre” di Kafka rappresenta sicuramente uno snodo decisivo dal quale Andrea Gentile parte ma dal quale, come risulta evidente, si discosta. Così come si allontana dalla passeggiata di Walser, e dalla figura del guardiano: ma per andare dove? Sia per Walser, sia per Kafka, la fuga era rappresentata dalla parola, dal divagare del pensiero, alla calligrafia, in Walser tutto si costruiva attorno alla parola, non solo pensata e detta, ma soprattutto scritta: parola come segno grafico. Lo stesso è avvenuto con Kafka, per il quale la parola nasce come metodo per nominare il mondo, pensiero di origine ebraica che Kafka affronterà in diversi modi, ribaltando anche il concetto in una nomenclatura vuota, ma sicuramente con una certa attenzione, nel corso di tutta la sua produzione, al ruolo della parola nel mondo.

In questo senso Andrea Gentile abbandona la strada percorsa dai due grandi maestri e affronta la parola così:

La parola. La indossiamo come fosse una perla; è invece soltanto un po’ di profumo. Una pioggia e vola via. […] È fatta di quegli orpelli, le lettere, che dicono di essere segni rivelatori delle cose, immagini delle parole stesse, dotate di una tale forza che, pur senza suono alcuno, ci trasmettono ciò che è stato detto da persone lontane. Che cosa dire delle lettere, prive di dignità, sudditi infiniti della parola, unici mezzi per far sì che la parola entri in noi attraverso gli occhi e non attraverso l’udito? E cosa dire della parola, timorosa eterna dell’oblio, tanto da dover ricorrere alle lettere per riuscire nell’impresa di essere appresa? Parola: sei la lettera più infelice che c’è. Credi di esserci indispensabile. Credi che senza di te non ci sarebbero vita e morte. Credi di essere il diamante che risplende da questa nostra terra nera.

Fai un esercizio. Svanisci per qualche secolo. Evita anche di riecheggiare su di noi. Anticipa i nostri cicli di vita con la tua morte.

Far finire la parola, la sua morte, come la sua insignificanza nel necessario, introduce il lettore verso un nuovo luogo nel quale qualcosa cambia soprattutto per quanto riguarda la temporalità e la comprensione. Masserie di Cristo è un luogo che non si definisce come luogo specifico, al contrario il suo essere generico costituisce un altrove che allo stesso tempo è qui e al di là. Proprio in questa temporalità che è ubiqua niente ha senso se non nella ciclicità. Infatti scrive ancora Andrea Gentile sul finire del libro:

Così la voce parlò.
Non era la prima volta.
Non era l’ultima volta.

Il rimando, e il ribaltamento, della genesi è evidente. Tutte le vicende raccontate diventano così le ultime, ma anche le prime. Il tempo narrato è sia l’apocalisse che la genesi stessa. Una figlia che uccide il padre, una coppia che perde la propria figlia. Un paese che si suddivide in tre parti e che inizia una guerra violentissima per la sopraffazione di ogni parte sulle altre due. Chi sono i vivi? Dove sono i morti? La lettura apre diverse strade, le richiude, riporta sulla via maestra e lascia che ci si perda.

“I vivi e i morti” di Andrea Gentile è un romanzo estremamente stratificato nel quale il lavoro sulla narrazione, sulla letterarietà della scrittura, ma anche il lavoro su concetti come il tempo, lo spazio e la parola, si intreccia agli eventi e a personaggi, che sono impossibili da circoscrivere.

Andrea Gentile cerca di dire ciò che non è possibile dire: ciò che avviene al di là del narrato lì dove vengono meno sia la parola, sia il suo significato. Il risultato del non dire spinge sempre un po’ più in là la ricerca, ma è appunto in questa ricerca, iniziata con L’impero familiare delle tenebre future, che bisogna collocarsi per comprenderne il movimento di uno degli scrittori italiani più importanti della sua generazione. Luca Romano

Expartibus, 30 maggio 2018

Flaneri, 27 giugno 2018

Le scritture più interessanti degli ultimi anni ambiscono a ripensare la realtà, a indagarne gli aspetti ontologici. In un presente in cui lo statuto del reale è sfuggente – complice la fusione con il virtuale – sembra essere questo uno dei compiti della letteratura contemporanea. In Europa è il caso di László Krasznahorkai e Mircea Cărtărescu e – data la potenza immaginativa delle sue storie – anche di Antoine Volodine, per quanto riguarda l’Italia questo è l’indirizzo dell’opera di Antonio Moresco. La scrittura di Andrea Gentile appare animata dalle medesime intenzioni: «Numeri di morti, numeri di vivi, numeri di uomini, numeri di muli», ne I vivi e i morti (minimum fax, 2018) l’oggetto narrato è Masserie di Cristo – un non-luogo di un Meridione fuori dalla Storia in cui si mettono in discussione le leggi della conoscenza.

«Cieli ascoltate. Terre, udite. Noi non siamo né vivi né morti. In principio qui non c’era proprio nulla. Siamo coloro che si nascondono dietro le pareti della grotta. Siamo pronti per venire al mondo, ma siamo ancora fermi. Qui, su questo terreno, si vivrà. Eppure, a guardarlo, si direbbe un posto perfetto per morire».

Così comincia il romanzo di Gentile, con la parola cosmogonica che genera un ordine altro, a metà fra l’epica ridotta a farsa e la favola oscura. Epica, favola, tragedia: l’impasto poetico si alimenta di queste tre forme sfumate, sublimate nell’atmosfera cangiante, nel romanzo ogni costruzione muta repentinamente nel suo rovescio. Entriamo in un territorio governato da una simbolismo diverso, un luogo in cui il tempo ha una consistenza materiale e lo spazio è abitato da un popolo di ombre: «Che cosa accade in questo luogo ignoto? Qui ci sono crateri, caverne e vallate ispide: ossa di un altro secolo».

La sensazione è che venga descritta una realtà parallela, eppure intimamente connaturata alla nostra, come se Masserie di Cristo fosse l’archetipo nudo della civiltà occidentale. L’ambientazione meridionale ricorda le fascinazioni di Carlo Levi per le culture al di fuori dalla Storia – come considerava le culture contadine del Sud ai tempi del fascismo. Eppure non si tratta solo di paganesimo, perché nella grammatica della regione di Gentile confluiscono il sacrificio rituale di René Girard, le storie di fantasmi di Poe, le avventure picaresche di Cervantes – in lande brulle così simili «alle pendici del monte Capraro». Il tempo del paese è fuori dalla Storia, ma allo stesso tempo ne è saturo, perché il sedimentarsi delle azioni e dei riti ha tagliato il contorno netto del tempo naturale, della lotta degli uomini con l’indistinto: «Eternità: la polvere che sta fra le crepe dei mattoni in cotto».

A Masserie di Cristo la morale è sospesa, non vi è distinzione netta fra bene e male, come fra la vita e la morte: «È noto a tutti su questa terra che quello che accade qui non è che la normale conseguenza del male inflitto, da sempre, per sempre, dagli dei e dagli uomini antichi vissuti su questa terra». Di male all’ombra del monte Capraro se ne compie tanto, dai soprusi di potere agli omicidi, dagli infanticidi ai sacrifici rituali, poiché: «È da considerare del tutto naturale, dunque, la catena di efferatezze, ferocie e ribellioni e tanto altro che attanaglia, di questi tempi, questa terra tremebonda». Il male descritto si configura come motore e conseguenza delle azioni degli abitanti della regione, ma anche come forza oscura che è doveroso individuare ed esorcizzare attraverso la sacralità della parola – d’altronde è solo dopo l’esperienza del male che si impara a comprendere il bene. La prosa dell’autore si modella secondo una litania che cerca di materializzare l’impalpabile metafisica del mondo di Masserie di Cristo: «Urla di sconcerto. Urla di rivoluzione. Tentativi di comprendere le meccaniche. Capire le meccaniche conferisce peso e concretezza alle cose».

Nel cosmo di Gentile si muovono personaggi stralunati, clowneschi, maschere perpetue di un mito sepolto nella cenere. La vita di molti di loro appare poverissima e feroce: «Le case degli abitanti di Masserie di Cristo e dintorni non sono che miserabili tuguri, coperti di legno e paglia, esposti a tutte le intemperie delle stagioni. L’interno non offre ai miei sguardi che: oscurità, miseria, sozzura». L’autore imbastisce un’epica di disgraziati, intesse una commedia di personaggi malevoli, sempre sul filo della perversione – per necessità o per semplice passatempo. Così leggiamo le peripezie di Italia e della sua cellula familiare implosa: la madre Evelina alle prese con le avances di Cowboy, il padre Tebaldo suicidatosi sotto gli occhi della figlia. E poi seguiamo le ricerca di Assuntina da parte di Concetta, e la scia di sanguinosi omicidi – corredati di fantasiose amputazioni – che dovranno affrontare gli abitanti e le autorità del posto. O ancora il conflitto di Beberto con l’Ispettore Agrario, inviato dalla “Società del libero pensiero”, una sorta di organo di potere che rappresenta la versione degenerata dell’illuminismo, tanto che l’eccesso di zelante razionalità porta alla sovrapproduzione di regole e burocrazie assurde.

Benché gli avvenimenti raccontati siano più affini alla tragedia, la narrazione non verte sull’emotività. La prosa di Gentile è un saliscendi cinico fra bozzetti grotteschi, comicità involontaria, brani realmente poetici e improvvise virate nella violenza granguignolesca. Nel mondo pagano di Masserie di Cristo l’unica religione sembra essere la parola, il potere dell’affabulazione che nominando il mondo lo modella, lo genera sottraendolo all’indistinto: «La parola. La indossiamo come fosse una perla; e invece è soltanto un po’ un profumo. Una pioggia e vola via. La parola sale sulle terrazze, alla sera. Ci guarda giocare in piazza al gioco del cruccrù. Ci giudica, alimentando dilemmi che mai scioglierà. Poi cade giù». Finzione del linguaggio e materialità del referente fisico si avvicendano come nelle danze a margine di un rito antico: «Le lettere, che dicono essere segni rivelatori delle cose, immagini delle parole stesse, dotate di una tale forza che, pur senza suono alcuno, ci trasmettono ciò che è stato detto da persone lontane. Che cosa dire delle lettere, prive di dignità, sudditi infiniti della parola, unici mezzi per far sì che la parola entri in noi attraverso gli occhi?», il romanzo è costellato di questi momenti – isole di speculazione fra i mille rivoli di una narrazione intricata.

A un certo punto della storia scoppia una guerra, una sorta di conflitto civile fra gli abitanti della parte inferiore del paese e quelli della fascia superiore. Si tratta di uno scontro fra pari e si configura come una ballata, il valzer di un mondo ripiegato su se stesso, l’eterna dialettica dell’evoluzione che porta a un momento di presunta catarsi attraverso il rito violento. Questa guerra si officia come una cerimonia, sospesa fra l’enfasi della pratica religiosa e la scompostezza di un evento caotico. Ancora una volta la lettura di Gentile è ambivalente: se da una parte si getta luce sull’importanza delle azioni umane (anche se queste si ripetono da migliaia di anni), dall’altra se ne evidenzia la portata ridicola. Gli uomini si riproducono e muoiono, altri uomini li soppianteranno, il formicaio rimarrà invariato, prospererà sui piccoli dolori individuali. L’avvenimento della guerra scopre l’ultima grande ambizione della narrazione: non solo indagare lo statuto della realtà, ma ricapitolare – attraverso una parabola definita – lo sviluppo, il crollo e la rinascita della civiltà. Masserie di Cristo è riassunto dell’intero consorzio umano, la voce narrante profetizza: «Ci diciamo che tutto si distrugge ma tutto si accumula», ecco che ritorna la materialità del tempo.

I molteplici livelli di lettura interpolati nel romanzo di Andrea Gentile lo rendono un’opera letteraria trasversale, in grado di veicolare il senso della ricerca metafisica e l’affanno del pellegrinaggio individuale, mentre all’orizzonte il linguaggio emette la sentenza definitiva: «I concetti, da sempre, ti sfuggono. Così ti pare. Ciò che tu senti non riesci a esprimerlo esattamente. La loro inafferrabilità è ciò che più, su questa terra, si avvicina alla morte». Giovanni Bitetto