GENTILE_I VIVI E I MORTI_piattoDalla quarta di copertina:

A Masserie di Cristo, lungo le pendici del Monte Capraro, nel cuore di un Sud viscerale, fantasmagorico e magico, i vivi e i morti s’incontrano, talvolta senza riconoscersi. E non sono né vivi né morti. In questo luogo inesistente e remoto, la giovane Assuntina è scomparsa, e tutto il villaggio non si dà pace. Tebaldo costringe la piccola figlia Italia a ucciderlo, e la madre la punisce rinchiudendola in una cantina. In un infernale carcere sotterraneo un Custode meticoloso e malinconico assegna punizioni terribili a rei e innocenti e scrive lettere amareggiate a se stesso, mentre la guerra fra le tre fazioni del paese disarticola l’ordine già precario del mondo. Il tempo ricomincerà ancora una volta – ma si tratta di Genesi o Apocalisse? – e un Noi collettivo, transitorio e ipnotico, potrà narrare finalmente la follia degli uomini. Esiste solo il movimento infinito, il racconto che si racconta sempre di nuovo, per i vivi e per i morti. In questa storia ogni luce danza con le ombre, ogni spiegazione semplice e razionale dei fatti precipita in uno strapiombo di colpe oscure e inconfessabili che ci interrogano profondamente e ci scherniscono. Con una scrittura visionaria e sapienziale, Andrea Gentile incanta, stupisce e scuote il lettore e, con sicurezza di sciamano, disgregando lo spazio-tempo narrativo, sposta il confine di quello che è possibile fare con la forma romanzo.

RECENSIONI

Corriere della sera, 1 aprile 2018

Per parlare di un romanzo come I vivi e i morti di Andrea Gentile è difficile non passare da espressioni così abusate da risultare svuotate di senso, come “romanzo mondo”: magari, prendendo a prestito un po’ del piglio beffardo che l’autore sfoggia a più riprese lungo le 549 pagine delle sue narrazione, si può provare a compensare scrivendo che è un romanzo mondo, sì, ma stavolta sul serio. Che Gentile, classe 1985, già direttore editoriale del Saggiatore e autore di due libri, il “milanese” Volevo tutto. La vita nuova, del 2014, in cui un giornalista isernino tenta di farsi strada nel “Corriere della Sera” degli anni Sessanta, e L’impero familiare delle tenebre future, suo esordio del 2012, in cui prendeva le prime misure di un sud allucinato e dalla forte carica simbolica – e dove faceva la sua prima comparsa il luogo interstiziale di Masserie di Cristo, che ritroviamo proprio nei Vivi e i morti. Rispetto al primo romanzo, il tiro di Gentile è però oggi altro: che I vivi e i morti sia un libro dalle grandi ambizioni, risulta chiaro fin dalle epigrafi, dove inanellare Omero, Béla Tarr e Kafka significa assumersi notevoli responsabilità. Ancor più di tali eserghi, come filtro per orientarsi all’interno del romanzo, è tuttavia la dedica: “per Alice /io ti medito / tu mi scrivi”, si legge in quella che è a ogni effetto la pagina zero del libro, e per quanto il messaggio celi senz’altro il riferimento a una dimensione intima e privata, dice molto anche sulla natura di questo lavoro. I vivi e i morti si configura infatti come un’enorme meditazione, una ricerca interiore fatta romanzo, o meglio un romanzo che si forma come il risultato, se non la consolidata secrezione (vengono alla mente i coralli, con cui la struttura di Gentile ha in comune lo stato ibrido, e per questo affascinante, tra animale, vegetale e minerale), l’epifenomeno in forma di scrittura, di un lavoro di raccoglimento. Come nel caso di quegli dèi vedici che meditando generano universi che sono poi anche loro stessi, l’identità del demiurgo Gentile è la cifra domiinante di un romanzo che si legge come assistendo a un ancestrale spettacolo di burattini, nell’alternanza la meraviglia data dall’immersione nella vicenda, dal credere vere le marionette, e quella data dall’uscita dalla messinscena, e dallo stupore che ingenera l’osservare il lavoro del puparo. E Gentile è un puparo che ha avuto molta cura anche nel lavoro da ebanista con cui ha costruito il teatrino: l’ambientazione (…) è un campo “ageografico”, oltre che astorico, in cui il ritmo degli eventi è quello della fiaba, o della preghiera. Un mondo rurale e magico in cui si agisce per agnizioni, sacrifici ed evocazioni, e in cui tutto pare rimandare a un tempo ciclico e a un’esperienza di limite rispetto alla quale la morte è forse solo un passaggio. Vengono alla mente Consolo e Bufalino; viene alla mente László Krasznahorkai, dal cui Satantango proprio Béla Tarr ha tratto il suo capolavoro omonimo; vengono alla mente altri protagonisti del nuovo fronte metafisico del romanzo europeo, come Cartarescu e Volodine, così come esponenti del nuovo gotico meridioanle italiano, autori come Omar Di Monopoli e Orazio Labbate, che hanno cominciato a ridisegnare il nostro sud secondo modalità che potremmo dire sciamaniche, procedendo per lampi, intuizioni e visioni, oltre che attraverso lo sfondamento dei generi, lontano dalla lezione verista di Verga: anche Gentile non si fa problemi ad attingere al cinema horror, alla letteratura fantastica, addirittura alla commedia di vernacolo – un suo personaggio si produce, sul finale, in una serie di bestemmie e imprecazioni che paiono figlie dirette di quelle del benignesco Mario Cioni – per dare vita a un vero e proprio esorcismo: oltre la morte, ma anche oltre la vita, con la sola forza della lingua. Vanni Santoni

minimaetmoralia, 6 aprile 2018

I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che lascerebbero subito dedurre un viaggio agli inferi del misticismo agreste e arso del Sud d’Italia. Una fuga da quei luoghi dimenticati da Dio, e ancora abitati dall’uomo ricordati sempre e solo attraverso millenarie superstizioni e atroci privazioni, unici veri respiri possibili di un eterno fatto di ferite e terra bruciata. Andrea Gentile declama una negazione per frammenti, ricostruendo in questo modo lo spazio fuggito tra un’istantanea e un’altra. Nega in sostanza un’origine per poterne non tanto liberarsene, ma per costruirne l’interpretazione muovendo la propria scrittura tra gli esergo di Omero, Béla Tarr e Franz Kafka. Uno sfaldarsi continuo sostenuto da un impianto solido, quello della sparizione, in cui le ombre divengono nel vuoto il cuore di un discorso dettato da accadimenti singolari e al tempo stesso occasionali. La ripetizione e l’accadimento vanno così interpretati come movimenti temporali sì causali, ma in sempre sostanziali e necessari alla storia. I vivi e i morti non racconta né il vero né il falso e rifuggendo dal gioco banale e usurato della verosimiglianza, accetta la sfida di un discorso scollegato dagli uomini eppure totalmente immerso nei fatti naturali. Una sorta di doppia coscienza attraverso la quale Andrea Gentile matura un movimento ambizioso di racconto che non contempla alcuna visione prospettica, come in un vecchio teatro di carta. Dentro a I vivi e i morti tutto è schiacciato in primo piano, ma al tempo stesso tutto è tridimensionale e vivido, compito dello scrittore scultore è dare la luce al momento giusto. I vivi e i morti oltre che un romanzo totale è anche infatti una dichiarazione su come il romanzo contemporaneo non possa essere, ma sia costretto ad essere e debba dunque esistere quale oggetto assoluto e realmente materico. Tuttavia si rischia di fraintendere il lavoro letterario di Andrea Gentile se lo si legge con lo sguardo antropologico che l’ambientazione apocalittica di Masserie di Cristo e di Monte Capraro potrebbero indurre. Certamente esiste un retroterra che respira del lavoro e delle intuizioni di Ernesto De Martino e di Roberto Leydi, di Giuseppe Cocchiara e di Alberto Mario Cirese, ma l’azione di letteraria elaborata da Andrea Gentile va rintracciata partendo dal suo penultimo lavoro, Volevo tutto: la Vita nuova (Rizzoli) che solo apparentemente pare un’estraneo all’interno di un percorso che vedrebbe un sicuro collegamento tra I vivi e i morti e l’esordio (in verità linguisticamente e concettualmente lontanissimo) L’impero familiare delle tenebre future (Il saggiatore). Volevo tutto segnava infatti il salto di un autore che attraverso l’accettazione di una contemporaneità incontenibile sa recuperare il passato e i suoi movimenti all’interno di una continua mobilità evitando con cura le facili riduzioni consolatorie e anche lasciando per strada le ambizioni letterarie oggi quasi sempre imitative e mai capaci di un afflato originale. L’incontentabilità si trasforma ora nella disperata forma del frammento che riluce quale elemento archeologico di una storia millenaria inutile da raccontare, perché non già nota, ma perché già potente nelle sue possibili rifrazioni. I vivi e i morti agisce allora sulla negazione come strofinamento della realtà percepita, diffida appunto dei sensi per ricercare ostinatamente un senso nonostante l’inquietante e terribile possibilità che proprio al senso, al significato ricercato con così tanta fatica non si appartenga più. Un romanzo efficace, dentro al quale le intuizioni si fanno subito vivide, un testo in cui la scrittura non si concede mai ad un banale saggismo o peggio ancora ad un superficiale citazionismo di maniera, ma anzi capace di rilanciare sempre con inquieta leggerezza e rapida ironia. Un romanzo ricchissimo e godibile, teatro di luci e di umbratili presagi che ricordano a tratti l’enigmatico e ridente cinismo di alcune pellicole di Ingmar Bergman. I vivi e i morti agisce sul nulla, sul dimenticato, sull’essere stato, su un passato che è puro scivoloso presente. Un lavoro letterario prezioso ed originale che non contempla facili paragoni, ma prova una volta tanto ad aggiungere la propria voce senza doverla mischiare nel coro. Giacomo Giossi